“Roma vista controvento” di Fulvio Abbate

Alcuni anni fa, quando il desiderio di trasferirmi a Roma era ancora in boccio, lessi I segreti di Roma di Corrado Augias (il titolo è forse un omaggio a Eugène Sue? Mistero). Là, in quel saggio storico erano raccontati i luoghi e le memorie di una Roma trascurata e dimenticata: ovviamente si trattava di una controromanità raccontata da un romano, fatta di meraviglie monumentali circostanziate nel travertino; prima nei capitelli dei latini e successivamente nelle facciate cubiche del ventennio. Un tratto tipico del romano d’altronde è quello di saper rendere conto dell’immortalità della sua città: quella che noi in provincia definiamo supponenza, per i romani è sublime arte del vivere, discernimento tra utile e superfluo. Carlo Verdone, autore dell’introduzione, scrive che tuttavia una certa distanza è necessaria, e che non è un caso se«gli artisti che hanno compreso meglio Roma non erano romani: Fellini, Flaiano, Patti, Gadda, Pasolini, Amidei, Scola, Virzì, Sorrentino e tanti, tanti altri».

Tra questi vi è sicuramente Fulvio Abbate, palermitano di nascita, romano d’adozione. Se in Francia Perec ha cercato di dare una profondità spirituale agli oggetti (vedi La vita istruzioni per l’uso), in Italia Fulvio Abbate è lo scrittore che più si è avvicinato a questo tipo d’indagine, prima con il suo Teatro degli oggetti, poi con il romanzo Intanto anche dicembre è passato, e ora con Roma vista controvento , per i tipi di Bompiani. Una Roma che raccoglie l’immanente del travertino ma anche la caducità dei «cazzi particolari di celebrità romane», i «locali di tendenza giovanile». Un campionario formidabile di ricchezze e di cenci, proprio come sa essere la Capitale, dipinta con ironia e senza falsi pudori.

Abbiamo intervistato Fulvio Abbate (sul set di Teledurruti) per parlare della sua Roma, dei vizi e delle virtù capitoline che più incisivamente ci toccheranno nei prossimi anni, perché Roma è forse lo specchio più sincero dell’italianità tutta; sincero e deformante.

Chi si vuole occupare dell’Urbe si trova davanti problemi tra loro molto diversi, che potrà in qualche modo affrontare attraverso questa guida enciclopedica di Fulvio Abbate.
Un primo livello di problematiche ci parla dei piccoli mutamenti della città storica e della periferia consolidata. Ad esempio la voce che parla del Pigneto ci dice di «un’ex borgata, già per infermieri e colleghi portantini» dove si respira ancora aria di «contesto popolare e domestico nel quale, da un certo momento in poi, si è sprigionata una consapevolezza imprenditoriale, diciamo, giovanile e alternativa».

Un altro livello della romanità è costituito dalle trasformazioni che seguono la logica insediativa: la collocazione di una linea metropolitana, un cambiamento nel ruolo politico amministrativo della città, le trasformazioni della rete viaria e così via. A ciascuno di questi livelli corrisponde probabilmente un diverso comportamento umano all’interno di questo presepe interclassista che si chiama Roma.

Illuminanti sono quindi le voci che parlano della romanità da cartolina (vedi le statue parlanti Pasquino, Marforio, Facchino, Madama Lucrezia, Abate Luigie il Babuino) e di quella pop e cafona dei Magazzini a via dello Statuto, dietro la Stazione Termini. Quella dedicata al deputato del Partito Repubblicano Italiano, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica noto come Alberto Arbasino e quella dedicata all’insuperato ultra cafonal Roberto D’Agostino e alla sua dimora terrena del lungotevere: «magazzino, un museo, un catasto, un campionario, una piazzale Loreto di oggetti pronti a testimoniare che il sacro davvero non esiste o, in ogni caso, che tutto, ogni cosa, può diventarlo, anzi, lo è».

In questa guida, l’eterna vecchiaia di Roma, è descritta nei suoi aspetti monumentali, in quelli più fugaci degli oggetti feticcio (che passata la stagione di gloria tornano plastica e immondizia) e in quella dei giganti dell’immagine cinematografica. L’epigramma, scanzonato e delicatissimo, di Franco Lechner è il piombo e la cifra stilistica che meglio descrivono questo libro: «Ne bastava la voce di gola, l’aspetto, la maschera preistorica da portantino del Policlinico Umberto I o dei vecchi Mercati generali di via Ostiense. La sua bruttezza sottoproletaria da Porta Portese ne ha fatto quindi un Godzilla capitolino insuperabile: così Bombolo, compianto attore romano».

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