Perec, Il Condottiero e la vita che imita l’arte

Il vero e il falso, l’originale e la sua copia, la vita e l’arte. Nel suo primo romanzo (1960), Georges Perec affronta con spregiudicatezza giovanile temi decisamente ambiziosi e con lucida follia assembla i pezzi di un curioso noir a sfondo artistico.

Il Condottiero – inedito conservato dall’autore in una valigia di cartone e appena pubblicato il Italia da Voland – contiene, come in una bottiglia di vetro da consegnare ai flutti della letteratura, alcuni dei temi che Perec avrà modo di sviluppare nelle sue opere più mature, in particolar modo la passione per gli oggetti. Le enumerazioni di cose, gli elenchi di suppellettili e le descrizioni di quadri, come ricorda Ernesto Ferrero che ha tradotto il testo per Voland, sono il “troppo pieno” con cui Perec l’enigmista cerca di compensare il “troppo vuoto” della sua vita, la perdita dei genitori e delle radici. Lo fa a suo modo, giocando con le parole e con il lettore. Non a caso l’autore di origini polacche era uno dei membri più attivi di quella “setta della leggerezza” che era l’Oulipo.

Nel caso del Condottiero l’oggetto intorno a cui ruota il gioco di Perec è il capolavoro omonimo di Antonello da Messina che ritrae un signorotto rinascimentale in tutta la sua gloria e compiacimento.
Gaspard Winkler è il più grande falsario vivente e ha passato gli ultimi dodici anni della sua vita a creare copie di lusso per Madera, un gallerista trafficate in opere d’arte. Il libro però inizia nel momento in cui Gaspard ha appena ucciso il suo datore di lavoro e cerca un modo per fuggire. L’omicidio, spiegherà poi, era la soluzione indispensabile per porre fine a una vita fittizia votata all’imitazione, alla copia. A determinare la decisione dell’uomo è lo schiaffo morale del fallimento. L’ambizione di Gaspard di rifare un Condottiero che superasse quello di Antonello si infrange contro “quel viso luminoso e chiaro”. Lo sguardo brillante e ironico, la mascella contratta in una smorfia di sereno trionfo, il volto simbolo della “forza non minacciosa”. Il gioco del falsario arriva al suo capolinea nella presa di coscienza della propria incapacità a creare qualcosa di vero: “Tu inseguivi quello sguardo splendente come una spada e dimenticavi che un uomo, prima di te, l’aveva trovato, ne aveva reso testimonianza, spiegandolo perché andava oltre, superandolo perché lo spiegava”.

Spregiudicatezza dunque in quest’opera giovanile di Perec, ma anche sprezzo del pericolo e una grande sicurezza di sé e dei propri strumenti culturali, come quando si lancia in una vertiginosa spiegazione del perché scegliere proprio quel quadro e quell’autore per creare un nuovo capolavoro: “Era più o meno il solo che poteva raggiungere una quotazione adeguata per l’epoca, tra il 1450 e il 1500, senza correre troppi rischi di sbagliare sul legno della tavola e le tracce che il gesso duro e i colori non potevano nascondere, tenendo conto che ci voleva un pittore molto conosciuto oggi, la cui vita presentasse un certo numero di misteri, la cui opera fosse facilmente identificabile, ecc., e il cui stile fosse comunque accessibile. Funzionava meglio di Leonardo, del Ghirlandaio, di Bellini o di Domenico Veneziano”.

Il Condottiero è un’opera acerba ma intrigante con le sue sagaci sperimentazioni stilistiche, il sapiente utilizzo di tempi verbali diversi, dialoghi interiori e ricostruzioni al limite della psicanalisi. Un puzzle di elementi che, come ricorda anche Claude Burgelin, scrittore amico di Perec, nella postfazione al libro, altro non sono che le radici di tutto ciò che più appassiona nella letteratura di quel genio di Perec.

Il vero e il falso, l’originale e la sua copia, la vita e l’arte. Nel suo primo romanzo (1960), Georges Perec affronta con spregiudicatezza giovanile temi decisamente ambiziosi e con lucida follia assembla i pezzi di un curioso noir a sfondo artistico.

Il Condottiero – inedito conservato dall’autore in una valigia di cartone e appena pubblicato il Italia da Voland – contiene, come in una bottiglia di vetro da consegnare ai flutti della letteratura, alcuni dei temi che Perec avrà modo di sviluppare nelle sue opere più mature, in particolar modo la passione per gli oggetti. Le enumerazioni di cose, gli elenchi di suppellettili e le descrizioni di quadri, come ricorda Ernesto Ferrero che ha tradotto il testo per Voland, sono il “troppo pieno” con cui Perec l’enigmista cerca di compensare il “troppo vuoto” della sua vita, la perdita dei genitori e delle radici. Lo fa a suo modo, giocando con le parole e con il lettore. Non a caso l’autore di origini polacche era uno dei membri più attivi di quella “setta della leggerezza” che era l’Oulipo.

Nel caso del Condottiero l’oggetto intorno a cui ruota il gioco di Perec è il capolavoro omonimo di Antonello da Messina che ritrae un signorotto rinascimentale in tutta la sua gloria e compiacimento.
Gaspard Winkler è il più grande falsario vivente e ha passato gli ultimi dodici anni della sua vita a creare copie di lusso per Madera, un gallerista trafficate in opere d’arte. Il libro però inizia nel momento in cui Gaspard ha appena ucciso il suo datore di lavoro e cerca un modo per fuggire. L’omicidio, spiegherà poi, era la soluzione indispensabile per porre fine a una vita fittizia votata all’imitazione, alla copia. A determinare la decisione dell’uomo è lo schiaffo morale del fallimento. L’ambizione di Gaspard di rifare un Condottiero che superasse quello di Antonello si infrange contro “quel viso luminoso e chiaro”. Lo sguardo brillante e ironico, la mascella contratta in una smorfia di sereno trionfo, il volto simbolo della “forza non minacciosa”. Il gioco del falsario arriva al suo capolinea nella presa di coscienza della propria incapacità a creare qualcosa di vero: “Tu inseguivi quello sguardo splendente come una spada e dimenticavi che un uomo, prima di te, l’aveva trovato, ne aveva reso testimonianza, spiegandolo perché andava oltre, superandolo perché lo spiegava”.

Spregiudicatezza dunque in quest’opera giovanile di Perec, ma anche sprezzo del pericolo e una grande sicurezza di sé e dei propri strumenti culturali, come quando si lancia in una vertiginosa spiegazione del perché scegliere proprio quel quadro e quell’autore per creare un nuovo capolavoro: “Era più o meno il solo che poteva raggiungere una quotazione adeguata per l’epoca, tra il 1450 e il 1500, senza correre troppi rischi di sbagliare sul legno della tavola e le tracce che il gesso duro e i colori non potevano nascondere, tenendo conto che ci voleva un pittore molto conosciuto oggi, la cui vita presentasse un certo numero di misteri, la cui opera fosse facilmente identificabile, ecc., e il cui stile fosse comunque accessibile. Funzionava meglio di Leonardo, del Ghirlandaio, di Bellini o di Domenico Veneziano”.

Il Condottiero è un’opera acerba ma intrigante con le sue sagaci sperimentazioni stilistiche, il sapiente utilizzo di tempi verbali diversi, dialoghi interiori e ricostruzioni al limite della psicanalisi. Un puzzle di elementi che, come ricorda anche Claude Burgelin, scrittore amico di Perec, nella postfazione al libro, altro non sono che le radici di tutto ciò che più appassiona nella letteratura di quel genio di Perec.

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