Per Mazzarella il male è necessario (ma il diavolo non esiste)

Il problema del Male nei secoli è stato affrontato prima come un problema teologico, filosofico, storico e giuridico (perlomeno dopo Beccaria), fino a quando non è approdato alle soglie del contemporaneo europeo sotto forma di esperienza priva di tutte queste connotazioni. Il Male è diventato uno dei tanti fenomeni sensibili, anzi, la sua sfera semantica è il grado 0 della nostra esperienza sensoriale: il concetto di Male subisce una profonda trasformazione di paradigma, si trasforma in una categoria estetica svincolata dalle vecchie sovrastrutture in virtù della sua insensatezza e gratuità. Un Male slegato dalla trasgressione, quella di Baudelaire e Dostoevskij, un Male normale e quotidiano, dove la responsabilità individuale è troppo spesso un tappo di sughero sulla bocca del cannone.

Questa è la tesi di fondo di Arturo Mazzarella nel suo Il male necessario. Etica ed estetica sulla scena contemporanea (Bollati Boringhieri).Mazzarella, saggista e docente di Letterature comparate all’Università di Roma Tre, prende in esame la letteratura, il cinema, la filosofia e l’arte tout court di Cattelan, Houellebecq, Van Sant, Carrère, Dürrenmatt e Bolaño (tra i tanti), per mostrarci come gli assilli teologici di Sant’Agostino siano diventati, nei secoli, banali indagini ad esempio, sulle implicazioni psicologiche che hanno armato il killer di Utoya, dichiarato capace di intendere e di volere: l’alibi della pazzia viene a cadere, così che nelle stanze dell’indagine contemporanea si aprono le finestre, per scacciare definitivamente la puzza di zolfo. Non è un caso che il capitolo più riuscito di questo agile saggio sia intitolato Il diavolo non esiste.

Anche altrove si discute attraverso i linguaggi letterari su quale sia diventata la nuova dimensione del Male, vedi il nuovo romanzo di Giuseppe Genna La vita umana sul pianeta terra (dove Breivik diventa «incarnazione ennesima e depotenziata del male assoluto»), e ancora il Granta N 5, curato da Walter Siti e intitolato lapidariamente Il male. Proprio Siti, un saggista corazzato e raramente fuori misura, apre il volume numero 5 in questi termini: «Il male consiste nel trasformare il bisogno del positivo in una sigla. Da tali considerazioni è nata l’idea del presente numero, dall’ansia ossessiva con cui la società sta chiedendo alla letteratura ‘un messaggio di speranza’. Come se la famosa bellezza ‘che salverà il mondo’ funzionasse da filtro, o da spurgo, capace di espellere il male e trattenere il bene – come se il male dovesse essere brutto per forza».

Il discorso di Mazzarella è diametralmente opposto a quello di Siti, perché sostiene come non abbia più senso, nel nostro tempo, cercare l’essenza del male nelle tentazioni diaboliche di un presunto inferno, ne cercare un filtro o uno spurgo che operi una salvifica catarsi, o peggio un esorcismo posticcio. Non è più possibile in letteratura una ribellione al male dopo Baudelaire e Dostoevskij, poiché il paradigma della rivolta è sovvertito alle basi. Sì può approdare solo ad un anarchico vitalismo unico nel suo genere, quello di Céline per intenderci. Nella contemporaneità poi, solo pochi scrittori hanno avuto l’ingenuità, o meglio il coraggio (se ancora ha senso parlare di coraggio in letteratura) di duellare col Male nella speranza di “espellere” o circoscrive questa materia: Grossman, a cui Mazzarella dedica più di un passaggio, e lo statunitense McCarthy, che nella ricerca del bene ha impregnato le sue pagine più riuscite, con un’urgenza commovente.

Casi emblematici che nel panorama dell’arte contemporanea, al di là delle questioni di gusto, rappresentano degli unici a se stanti perché, come sostiene Mazzarella, l’arte oggi ha assunto un radicale disimpegno etico. Quest’ultimo assunto dell’autore non è ancora stato dimostrato, e non potrebbe essere altrimenti, perché un saggio di 140 pagine non può essere esaustivo vista l’enormità del problema. Vuoi perché, vero punto debole del saggio, per descrivere come il cinema affronti la problematica del Male, ad esempio con le opere di Van Sant o di Von Trier, troppo spesso Mazzarella fa appello al linguaggio letterario, quasi che il cinema avesse bisogno di essere nobilitato dalla psicologia interiore del romanzo per poter far luce su un problema che l’immagine cinematografica può mostrare con allusioni senza una soluzione univoca, giacché l’immagine cinematica è in primo luogo simbolica e solo secondariamente psicologica. Eppure, una volta letto Il male necessario si dovrà ammettere come la partita aperta dall’autore, se non è stata vinta, sia ancora giocabile su quel campo di gioco. Non è poco giocare una partita così necessaria: «per sottrarci alla catastrofe che, in onore del Bene, altrimenti ci attende».

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