La schiuma dei giorni, il sogno lisergico di Vian

Il 10 marzo del 1946 veniva innescata una bomba tra gli scaffali dei librai francesi, una bomba destinata a esplodere solo parecchi anni dopo.
Usciva La schiuma dei giorni e si rivelava immediatamente un fiasco in termini di vendite, con buona pace di Raymond Queneau che tanto apprezzò questo romanzo. Il bombarolo in questione era Boris Vian, il viveur Boris Vian: il riottoso, il trombettista, «foutrement snob, tous mes amis le sont, on est snobs et c’est bon».

Colin è solo un giovane parigino ricco e annoiato che incontra la bella Chloé; decidono di sposarsi e, come si dice in questi casi nella buona e nella cattiva sorte, si avviano insieme verso la disfatta più nera, verso la tragedia più subdola che esista perché coloratissima e lisergica.

Oggi la Schiuma dei giorni , da bidone editoriale, è diventato un libro cult, tanto da meritare un recentissima trasposizione cinematografica per la regia di Michel Gondry. Nel 1946 però la volubilità dei lettori e lo spirito del tempo remano contro questo romanzo insubordinato, poetico, divertente e tragico, villoso e luminoso, ma al bombarolo Boris Vian non importa delle vendite. Lui è già nel futuro della psichedelica pop dei Beatles e di Woodstock. Troppo avanti per i suoi contemporanei, quei parigini che si risvegliano dalla guerra sotto l’egida culturale dell’esistenzialismo.

Vian ha fretta di vivere, perché sa che il suo cuore malandato sta per tradirlo, non può piegarsi ai diktat culturali dell’epoca e sprecare altro tempo per fare retromarcia, così ha da fare una sola cosa: armare il cane dell’ironia e sparare dritto in faccia alla dottrina imperante. Tra i risultati dell’esplosione c’è il personaggio di Jean-Sol Partre, così eccessivo che il calco fatto con Jean-Paul Sartre sembra partorito dalla penna di Théophile Gautier e il modo in cui viene brutalizzato da Vian è sì crudele, ma suona come lo spernacchiare divertito di François Rabelais.

Eppure questo romanzo è tutt’altro che lieto, lascia quel retrogusto epicureo da tragedia dei poveri: quando l’amore è vinto la costruzione sintattica di Vian si fa sincopata (facendo smoccolare il povero traduttore) e vince la miseria, mentre tutto si assottiglia e frantuma come vetro smaltato. Non ci accorgiamo subito di questo trucco da negromante perché l’ingrediente principe della tragedia, la morte, sembra arrivare in ritardo alla festa, quando invece era lì fin dalla prima pagina, travestita da farsa, da surreale: un fiore che cresce nei polmoni. Una morte stravagante insomma, innestata quasi direttamente dalla cronaca scientifica, perché quel bombarolo lì amava ripetere della sua Schiuma dei giorni: «questa storia è totalmente vera, perché io me la sono inventata da capo a piedi».

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