Il diritto alla pigrizia di Paul Lafargue

Tra le tante pagine dell’anarchico di Lodi Camillo Berneri, troviamo questo suggestivo passo che deride il mondo perfetto che auspicava Lafargue: “Di paradisi comunisti se ne parlerà fra qualche secolo. Ora è roba da far ridere e far pietà insieme. Ritornando a Proudhon, a Bakunin e a Pisacane, come fonti, ma aggiornando il loro pensiero al lume delle enormi esperienze di questi anni di delusioni e di sconfitte, potremo adattarlo alle situazioni sociali e politiche di domani”. Il domani di Berneri è il nostro cupo presente, mentre il domani per Paul Lafargue è rappresentato da tutte quelle sconfitte e delusioni che portarono ad una tacca precisa sul calendario: il 5 maggio 1937 proprio Camillo Berneri viene ucciso a Barcellona insieme al compagno di lotta Francesco Barbieri dagli agenti della Ceka.

Così si conclude tragicamente l’epopea che ha conciliato i rossi e i libertari nella guerra di Spagna. Questa data rappresenta in qualche modo la grande sconfitta del pensiero di Paul Lafargue, pensiero plasmato sulle idee di Proudhon. Lafargue è un pensatore ambizioso che ci parla dal ventre del 19 esimo secolo, quella formidabile fucina che ha partorito il nostro presente capitalista: temprato nei rigori della guerra del 20 esimo. Lafargue stava al socialismo così come Berneri stava all’anarchia. In entrambi c’era un grande e profondo amore per l’uomo, per l’umanità: un amore colorato di pessimismo. Berneri credeva si potesse avere salvezza soltanto fuori dallo Stato, mentre per Lafargue la salvezza dell’uomo era fuori dal lavoro: la vera e unica polpa dello Stato capitalista. Laddove il lavoro, nel suo testo più noto, Il diritto alla pigrizia, viene declinato nei termini di abbruttimento e schiavitù, sudore e morchia, sporcizia e ignoranza; scrive infatti Lafargue: “lavorate, lavorate per aumentare il patrimonio sociale e le vostre miserie individuali; lavorate, lavorate, affinché, diventando più poveri, abbiate maggiori motivi per lavorare ed essere miserabili”.

L’Anatema scagliato contro la buona e savia morale borghese suona piuttosto dissonante in questi tempi che ci vedono così affamati di lavoro e diritti. Eppure nelle pieghe di questo discorso che a noi può sembrare allucinato, Lafargue riesce ad essere così convincente da spostare la cosiddetta pigrizia dalla categoria delle perversioni a quella dei diritti, lo fa in modo così elegante, che il lettore non sa più distinguere il tintinnare delle sue catene dal sapore della beffa: Lafargue con la mano destra illustra mentre con la mano sinistra lancia sarcastiche maledizioni all’oro e al denaro, che sulla sua bocca è sempre “interprete di tutte le lingue, intermediario sottile, seduttore irresistibile, campione degli uomini e delle cose”.

Più dell’antipatia verso l’oro fece la paura della vecchiaia: il 27 novembre 1911, i coniugi Lafargue vengono ritrovati morti, entrambi uccisi da un’iniezione di acido cianidrico. La spiegazione del gesto fu ritrovata assieme alle sue ultime volontà: “mi uccido prima che l’impietosa vecchiaia mi tolga uno a uno i piaceri e le gioie dell’esistenza e mi spogli delle forze fisiche e intellettuali […] muoio con la suprema gioia della certezza che, in un prossimo futuro, la causa alla quale mi sono votato da quarantacinque anni trionferà. Viva il Comunismo! Viva il Socialismo Internazionale!”.

Noi lettori e cittadini invece, dopo aver vissuto la reazione e l’implacabile ascesa del capitalismo, la fine delle ideologie e la normalizzazione della società possiamo guardare all’edizione che ci propone Piano B in due modi contrapposti ma entrambi utilissimi. Questo libro può essere una torcia che fa luce all’interno di una grotta: piuttosto che cercare i paradisi di Lafargue, se l’intelligenza ci assiste, tra le sue pagine troveremo le prove della nostra connivenza col sistema lavoro e forse una maggiore consapevolezza delle nostre colpe. Oppure, questo libro può essere una molotov da scagliare: in basso se volessimo riscaldare le nostre qualità di piccoli uomini schiacciati dalla debolezza, in alto qualora avessimo la forza di sognare un nuovo paradiso, meno naïf.

Tra le tante pagine dell’anarchico di Lodi Camillo Berneri, troviamo questo suggestivo passo che deride il mondo perfetto che auspicava Lafargue: “Di paradisi comunisti se ne parlerà fra qualche secolo. Ora è roba da far ridere e far pietà insieme. Ritornando a Proudhon, a Bakunin e a Pisacane, come fonti, ma aggiornando il loro pensiero al lume delle enormi esperienze di questi anni di delusioni e di sconfitte, potremo adattarlo alle situazioni sociali e politiche di domani”. Il domani di Berneri è il nostro cupo presente, mentre il domani per Paul Lafargue è rappresentato da tutte quelle sconfitte e delusioni che portarono ad una tacca precisa sul calendario: il 5 maggio 1937 proprio Camillo Berneri viene ucciso a Barcellona insieme al compagno di lotta Francesco Barbieri dagli agenti della Ceka.

Così si conclude tragicamente l’epopea che ha conciliato i rossi e i libertari nella guerra di Spagna. Questa data rappresenta in qualche modo la grande sconfitta del pensiero di Paul Lafargue, pensiero plasmato sulle idee di Proudhon. Lafargue è un pensatore ambizioso che ci parla dal ventre del 19 esimo secolo, quella formidabile fucina che ha partorito il nostro presente capitalista: temprato nei rigori della guerra del 20 esimo. Lafargue stava al socialismo così come Berneri stava all’anarchia. In entrambi c’era un grande e profondo amore per l’uomo, per l’umanità: un amore colorato di pessimismo. Berneri credeva si potesse avere salvezza soltanto fuori dallo Stato, mentre per Lafargue la salvezza dell’uomo era fuori dal lavoro: la vera e unica polpa dello Stato capitalista. Laddove il lavoro, nel suo testo più noto, Il diritto alla pigrizia, viene declinato nei termini di abbruttimento e schiavitù, sudore e morchia, sporcizia e ignoranza; scrive infatti Lafargue: “lavorate, lavorate per aumentare il patrimonio sociale e le vostre miserie individuali; lavorate, lavorate, affinché, diventando più poveri, abbiate maggiori motivi per lavorare ed essere miserabili”.

L’Anatema scagliato contro la buona e savia morale borghese suona piuttosto dissonante in questi tempi che ci vedono così affamati di lavoro e diritti. Eppure nelle pieghe di questo discorso che a noi può sembrare allucinato, Lafargue riesce ad essere così convincente da spostare la cosiddetta pigrizia dalla categoria delle perversioni a quella dei diritti, lo fa in modo così elegante, che il lettore non sa più distinguere il tintinnare delle sue catene dal sapore della beffa: Lafargue con la mano destra illustra mentre con la mano sinistra lancia sarcastiche maledizioni all’oro e al denaro, che sulla sua bocca è sempre “interprete di tutte le lingue, intermediario sottile, seduttore irresistibile, campione degli uomini e delle cose”.

Più dell’antipatia verso l’oro fece la paura della vecchiaia: il 27 novembre 1911, i coniugi Lafargue vengono ritrovati morti, entrambi uccisi da un’iniezione di acido cianidrico. La spiegazione del gesto fu ritrovata assieme alle sue ultime volontà: “mi uccido prima che l’impietosa vecchiaia mi tolga uno a uno i piaceri e le gioie dell’esistenza e mi spogli delle forze fisiche e intellettuali […] muoio con la suprema gioia della certezza che, in un prossimo futuro, la causa alla quale mi sono votato da quarantacinque anni trionferà. Viva il Comunismo! Viva il Socialismo Internazionale!”.

Noi lettori e cittadini invece, dopo aver vissuto la reazione e l’implacabile ascesa del capitalismo, la fine delle ideologie e la normalizzazione della società possiamo guardare all’edizione che ci propone Piano B in due modi contrapposti ma entrambi utilissimi. Questo libro può essere una torcia che fa luce all’interno di una grotta: piuttosto che cercare i paradisi di Lafargue, se l’intelligenza ci assiste, tra le sue pagine troveremo le prove della nostra connivenza col sistema lavoro e forse una maggiore consapevolezza delle nostre colpe. Oppure, questo libro può essere una molotov da scagliare: in basso se volessimo riscaldare le nostre qualità di piccoli uomini schiacciati dalla debolezza, in alto qualora avessimo la forza di sognare un nuovo paradiso, meno naïf.

I commenti sono chiusi