I pazzi scatenati dell’editoria italiana

Basterebbe cambiare la copertina e Pazzi scatenati. Usi e abusi dell’editoria di Federico Di Vita sarebbe già pronto per diventare il libro di testo di base per tutti i corsi di studio sull’editoria. L’ironia del giro per gli stand della Fiera della piccola e media editoria di Roma, la parte più esilarante ma anche la più tragica del libro, potrebbe essere un buon modo per catturare l’attenzione degli studenti e far sì che le fondamentali informazioni contenute in questo saggio raggiungano una parte più ampia dell’opinione pubblica.

Questa dissacrante inchiesta sui retroscena e le storture dell’industria editoriale italiana edita da Tic Edizioni fa da controcanto, e addirittura integra, il fondamentale lavoro di Andrè Schiffrin Il denaro e le parole, pubblicato un paio d’anni fa da Voland.
Se infatti Schiffrin provava a proporre soluzioni per salvare l’indipendenza della cultura in un’economia che precipita in maniera irrefrenabile verso la globalizzazione – guardando all’esempio di paesi virtuosi come la Francia – Di Vita analizza le statistiche su piccoli editori e librai che chiudono i battenti o vengono acquisiti da grandi gruppi editoriali o franchising, immergendosi nel surreale mondo del precariato editoriale e facendo le pulci anche alle attività di un attore fondamentale della filiera e pressoché sconosciuto alle masse: il distributore.

Non tutti sanno infatti che i piccoli librai non possono ottenere gli sconti della grande catena o meglio ancora di librerie online come Amazon, perché chi acquista poche copie ha uno sconto decisamente inferiore a chi ne acquista centinaia. Il punto però è che il piccolo libraio indipendente, a differenza della catena in cui anche le vetrine sono sul mercato, può vendere nel suo negozio i libri che ritiene più interessanti per i propri clienti.

Ma questo non stupisce, dal momento che la maggior parte dei lettori italiani non ha idea di quali siano i grandi gruppi editoriali attualmente presenti sul mercato e quali marchi ne facciano parte. Ad esempio in molti sono ancora convinti che Einaudi sia una casa editrice indipendente e per lo più solo gli addetti ai lavori sanno che da anni lo storico marchio torinese è stato assorbito dal gruppo Mondadori.

La domanda è: chi dovrebbe occuparsi di portare a conoscenza del grande pubblico le dinamiche editoriali del nostro Paese? La nostra risposta è radicale: tutti. A partire dalle scuole dell’obbligo, proseguendo con le università e i media generalisti, chiunque sia deputato a formare e informare ha il preciso dovere di presentare il panorama editoriale e le sue dinamiche. Questo semplicemente perché si tratta di informazioni fondamentali per un cittadino. Chiunque voglia farsi un’idea di cosa sta succedendo nel proprio Paese o nel mondo dovrebbe avere la possibilità di scegliere tra diverse proposte culturali, anche di pensiero opposto. Questa libertà è garantita da una cosa chiamata “bibliodiversità”, che non è un’idea da fricchettoni, ma solo attenzione a che tutta la produzione libraria non finisca nelle mani di pochi.

Si sente spesso dire che una casa editrice è una realtà aziendale a tutti gli effetti e che, come tale, per stare sul mercato deve essere in grado di generare profitti producendo libri che vendano. Ovvio. Ma anche no. Perché in realtà in Italia oggi molte case editrici indipendenti non producono utili, ma vengono portate avanti da persone che fanno anche altri lavori e non vivono con l’ansia da bestseller. La passione per la cultura e la voglia di diffonderla, la complessità del prodotto libro e la sua rilevanza per la formazione di un’opinione critica fanno dell’industria culturale un’industria che non sempre può o deve rispondere in tutto e per tutto alle leggi keynesiane del libero mercato.

A chi volesse approfondire il fenomeno della concentrazione editoriale attualmente in atto in Italia come all’estero, oltre ai testi di cui parliamo in questo articolo, consigliamo la lettura del manifesto redatto da alcuni editori indipendenti (ODEI) che provano a spiegare cosa c’è dietro le quinte della produzione e distribuzione libraria.

Basterebbe cambiare la copertina e Pazzi scatenati. Usi e abusi dell’editoria di Federico Di Vita sarebbe già pronto per diventare il libro di testo di base per tutti i corsi di studio sull’editoria. L’ironia del giro per gli stand della Fiera della piccola e media editoria di Roma, la parte più esilarante ma anche la più tragica del libro, potrebbe essere un buon modo per catturare l’attenzione degli studenti e far sì che le fondamentali informazioni contenute in questo saggio raggiungano una parte più ampia dell’opinione pubblica.

Questa dissacrante inchiesta sui retroscena e le storture dell’industria editoriale italiana edita da Tic Edizioni fa da controcanto, e addirittura integra, il fondamentale lavoro di Andrè Schiffrin Il denaro e le parole, pubblicato un paio d’anni fa da Voland.
Se infatti Schiffrin provava a proporre soluzioni per salvare l’indipendenza della cultura in un’economia che precipita in maniera irrefrenabile verso la globalizzazione – guardando all’esempio di paesi virtuosi come la Francia – Di Vita analizza le statistiche su piccoli editori e librai che chiudono i battenti o vengono acquisiti da grandi gruppi editoriali o franchising, immergendosi nel surreale mondo del precariato editoriale e facendo le pulci anche alle attività di un attore fondamentale della filiera e pressoché sconosciuto alle masse: il distributore.

Non tutti sanno infatti che i piccoli librai non possono ottenere gli sconti della grande catena o meglio ancora di librerie online come Amazon, perché chi acquista poche copie ha uno sconto decisamente inferiore a chi ne acquista centinaia. Il punto però è che il piccolo libraio indipendente, a differenza della catena in cui anche le vetrine sono sul mercato, può vendere nel suo negozio i libri che ritiene più interessanti per i propri clienti.

Ma questo non stupisce, dal momento che la maggior parte dei lettori italiani non ha idea di quali siano i grandi gruppi editoriali attualmente presenti sul mercato e quali marchi ne facciano parte. Ad esempio in molti sono ancora convinti che Einaudi sia una casa editrice indipendente e per lo più solo gli addetti ai lavori sanno che da anni lo storico marchio torinese è stato assorbito dal gruppo Mondadori.

La domanda è: chi dovrebbe occuparsi di portare a conoscenza del grande pubblico le dinamiche editoriali del nostro Paese? La nostra risposta è radicale: tutti. A partire dalle scuole dell’obbligo, proseguendo con le università e i media generalisti, chiunque sia deputato a formare e informare ha il preciso dovere di presentare il panorama editoriale e le sue dinamiche. Questo semplicemente perché si tratta di informazioni fondamentali per un cittadino. Chiunque voglia farsi un’idea di cosa sta succedendo nel proprio Paese o nel mondo dovrebbe avere la possibilità di scegliere tra diverse proposte culturali, anche di pensiero opposto. Questa libertà è garantita da una cosa chiamata “bibliodiversità”, che non è un’idea da fricchettoni, ma solo attenzione a che tutta la produzione libraria non finisca nelle mani di pochi.

Si sente spesso dire che una casa editrice è una realtà aziendale a tutti gli effetti e che, come tale, per stare sul mercato deve essere in grado di generare profitti producendo libri che vendano. Ovvio. Ma anche no. Perché in realtà in Italia oggi molte case editrici indipendenti non producono utili, ma vengono portate avanti da persone che fanno anche altri lavori e non vivono con l’ansia da bestseller. La passione per la cultura e la voglia di diffonderla, la complessità del prodotto libro e la sua rilevanza per la formazione di un’opinione critica fanno dell’industria culturale un’industria che non sempre può o deve rispondere in tutto e per tutto alle leggi keynesiane del libero mercato.

A chi volesse approfondire il fenomeno della concentrazione editoriale attualmente in atto in Italia come all’estero, oltre ai testi di cui parliamo in questo articolo, consigliamo la lettura del manifesto redatto da alcuni editori indipendenti (ODEI) che provano a spiegare cosa c’è dietro le quinte della produzione e distribuzione libraria.

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