Homo Homini Virus, l’ultimo romanzo di Ilaria Palomba

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Homo Homini Virus

«Tutti verso il dissolvimento del corpo in favore dell’idea. Come se potesse, questo corpo, essere solo un’astrazione sottomessa alla potenza del messaggio narrativo». Potrebbe essere questa la chiave narrativa per parlare Homo Homini Virus di Ilaria Palomba, edito da Meridiano Zero.

Homo Homini Virus e il senso del corpo

Il corpo, che abbiamo sempre conosciuto come il contenitore dell’uomo (o come suo limite fisico nel mito di Icaro, o come volontà di eternità nel postulato della sua resurrezione), il corpo dicevo, ci appare oggi sempre più svuotato del suo fisiologico senso. Oscilla infatti tra due poli opposti. Prima è il centro dell’universo stesso: basterebbe osservare con quanta dovizia di particolari è squadernato il campionario anatomico del 90% degli spot pubblicitari, o l’indiscutibile successo di corpi d’artista come quello di David Bowie o di Iggy Pop (e lì non si capisce dove finisca il performer inizi il musicista). Oscilla ancora il corpo. Ora è completamente smaterializzato e impalpabile, è un simulacro: emette messaggi narrativi, come ci racconta Ilaria Palomba e come ha osservato Giorgio Vasta in un suo intervento su Le parole e le cose. Vasta, illustrando il successo del format Gazebo di Rai 3 e della sua social top ten (la classifica dei tweet più rilevanti di settimana), sagacemente rileva che Diego Bianchi in quel momento è un presentatore di frasi. Un corpo vivente sottomesso appunto alla potenza del messaggio (di 140 caratteri, immateriale).

Homo Homini Virus: le voci narranti

Non è un caso che la prima delle due voci narranti di questo romanzo della Palomba sia un giornalista o aspirante tale. Cos'è la notizia se non astrazione di un fatto concreto e fisicamente osservabile? Il giornalista è uno dei tanti testimoni possibili, colui che banalmente fa sì che quando un albero cade nella foresta esso crolli con fragore.

La seconda delle voci narranti è invece quella di una performer azionista, una body artist, un’erede femminile dell’Herman Nitsch che dipingeva le sue tele col sangue.

Certi passi di Homo Homini Virus dove si raccontano queste performer estreme (da dervisci rotanti ma virati in rosso) sono l’apoteosi del corpo umano brutalizzato dalla sua stessa poetica. La scrittura della Palomba in queste occasioni è efficace perché tesa a mostrare tutte le contraddizioni della fisicità che cerca di farsi immateriale (nella voce del giornalista, che non a caso si chiama Angelo) e viceversa: una discesa scandita da un ritmo cinematografico – forse troppo sincopato – che è illustrazione fotografica dell’oscillazione da un estremo all’altro del corpo umano: vocazione al volo, gravità che spinge al suolo.

La scrittura di Ilaria Palomba si esprime al meglio ad una temperatura elevata, quella dell’etere (elemento del mito classico) o lunare per meglio dire (abbondano i riferimenti a Nietzsche), ma non centra efficacemente il bersaglio quando si fa racconto e critica della società: «la mia speranza di campare facendo il giornalista è ormai pari alla speranza dell’Italia di uscire dalla crisi. La reggenza Monti, dopo la devastazione lasciata da Berlusconi…».

Non è certo colpa della Palomba. In primo luogo perché quando anche altri si sono cimentati nell’arduo compito di recensire la precarietà e il frantumarsi della classe media italiana hanno mancato il bersaglio in termini di profondità e visione d’insieme. Questo semplicemente perché sembra impossibile avere una visione d’insieme quando a mancare è in primis un sostrato culturale comune, una collegialità sociale riconoscibile; la prova è il racconto dell’atomismo individuale che si riscatta nell’immaginifico (vedi lo splendido Giorgio Falco di L’ubicazione del bene o Zoo col semaforo di Paolo Piccirillo). Ma soprattutto perché siamo noi stessi scissi in modo esemplare tra ricerca della perfezione del post/tweet e banalità dei movimenti di un corpo umano, tra potenza del messaggio narrativo e rozzo desiderio di mangiare.

Se Homo Homini Virus fallisce in parte in questo frangente riesce però appieno a far girare i suoi meccanismi narrativi, con un robusto sadismo degno di Antonin Artaud: e sono botte da lividi al suo lettore, e vertiginose altezze per i suoi occhi quando sogna.

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