Favole del morire: Ivano Porpora e Sara Meddi sul nuovo libro di Giulio Mozzi

favole del morirePoco tempo fa io e Ivano Porpora abbiamo fatto una chiacchierata su XXI Secolo di Paolo Zardi, quella chiacchierata è diventata una recensione a due voci.

Con lo stesso spirito da crossover, visto che la cosa ci diverte (e che due voci sono meglio di una), abbiamo fatto una chiacchierata su Favole del morire, ultimo libro di Giulio Mozzi.
Tutto quello che c’è da sapere su Favole del morire lo trovate qui.

Qui sotto invece c’è tutto quello che ne pensiamo io e Ivano.

Sara Meddi: Allora… che ne dici?

Ivano Porpora: Dico che la sensazione è che, se Il male naturale, era la conca questo è la cunetta.

S. Spiegati meglio… rileggevo Il male naturale proprio un paio di giorni fa.

I. Credo Giulio Mozzi abbia cercato in materiali narrativi diversi, da un versificare libero che mi ricorda Voltolini, al dialogo che mi ricorda Leopardi, ai canti medievali, a una sorta di scenetta (quella sul fantasma), una risposta al tema del libro, esplicitato dal titolo. Che non è la morte, ma il morire.

S. Sì, la differenza di materiali narrativi è molto evidente, come dire: si vede che sono cose che nascono da committenze diverse, ed è anche esplicitata questa cosa. È un rischio, perché non c’è organicità, ma un tema comune. A me, per esempio, piace moltissimo il primo pezzo: La stanza degli animali, che ha un incipit bellissimo, «Gli animali di mio padre sono tutti morti. Nella casa vecchia avevano una stanza tutta per loro, una stanza strana: si accedeva solo dal giardino e non aveva finestre ecc». E anche il pezzo su Salgari. L’Operetta di giugno molto meno perché si sente che manca qualcosa, credo che faccia tutto un altro effetto con l’accompagnamento musicale.

I. E invece sai che mi sembra proprio quella il fulcro del libro? Concordo con te sull’efficacia, soprattutto iniziale, del dialogo tra Salgari e la voce e de La stanza degli animali e personalmente ho sentito moltissimo l’influenza del Mozzi di Sono l’ultimo a scendere nellaNovella con fantasma. Ma credo che prima di tutto, prima di ogni riflessione, dobbiamo interrogarci sul titolo. Perché, ripeto, là dove narrativamente Il male naturale è stato un’opera che scavava nel fondo, qui la sensazione che ho avuto è che Mozzi, scrittore di pancia, sia sortito con la ricerca di capire di testa, o descrivere di testa, anche narrativamente, la questione del morire. La questione del morire, a differenza della morte, per me è una questione sociale, più che singolare. Il morire riguarda la persona che muore e la persona, almeno, che assiste al decadimento, allo svilimento, alla decomposizione lenta, allo smembramento, alla metabolizzazione o che, in tutt’altro caso, previene da tutto questo in modo angelico, uccidendo o causando la morte. (Con angelico intendo: brandendo la spada come l’Angelo). E il termine favola, invece, rimanda alla fabula, al tessere una narrazione intorno a quel decadimento. Il motivo di quelle danze, mi è venuto da pensare, sta nel fatto che, dove le opere prime a cui questo libro si richiama parlavano da dentro il magma narrativo, questo libro riguarda lo stare in luce, altrettanto violento, e la necessità tecnica di trattarlo nei modi diversi che si sono affermati.

S. Be’, c’è tutto un immaginario sulla danza della morte che a me è piaciuto molto… ha qualcosa di medievale a livello iconografico. Non sono un’esperta di storia dell’arte, ma ho presente certi dipinti in cui la morte balla, letteralmente, tra la gente. Ed era un epoca in cui il morire era molto più esposto. Quindi mi piace anche questo spirito, rimettere in ballo qualcosa che è in genere occultato dalla società.
Credo che la questione del capire di testa si senta soprattutto nel pezzo su Salgari, dove c’è tutto un ragionamento, anche su l’illusione della morire come fatto personale, egoistico in un certo senso… che invece coinvolge la moglie, i figli, persino i tanto odiati editori. C’è anche questo tema, della conservazione del corpo, che si sente tanto in La stanza degli animali… con gli animali che si sciolgono nei vasi, una stanza tutta per loro e credo anche il parallelo con il padre che portava i figli a fare immersioni. Quando dice «la mente di mio padre era una stanza piena di animali» è una cosa molto forte, è molto bella.

I. A me Salgari colpisce per un altro motivo, il parallelismo che ne ho dovuto fare con il libro di Demetrio Paolin, Non fate troppi pettegolezzi, che parla di quattro autori – incluso Salgari – che di fronte al vivere o morire hanno scelto l’ultima scintilla.
E sì. Diciamo che la morte nel Medioevo era quasi ritenuta una compaesana degli abitanti. La morte, il Diavolo, Dio e la Madonna, la presenza dei Santi; si ha l’impressione che il morire convivesse con loro. Mi ha colpito molto, nell’episodio del fantasma il fatto che vi sia una sorta di commistione, che Mozzi descrive in modo interessante, tra il lato che chiamerei scientifico e quello religioso. L’ometto che si presenta alla porta sembra scaturire dagli anni ‘20 del Novecento, il protagonista dal 2015, la moglie muore prima, il prete è negli anni ‘60. Come se ci fosse un continuo passaggio di livelli; come se il protagonista non si scandalizzasse nel mescolarli, pagando il conto (dubita molto poco che la persona presente sia un fantasma), pregando ininterrottamente, chiedendo il miracolo e ottenendolo. Ma la domanda che mi sono fatto, che credo si sia fatto anche Mozzi, è: ma il miracolo per chi è? Per la moglie? Per il fantasma o i suoi superiori? Per la di lui pace? E la Voce di Salgari, a chi risponde?

S. Me lo sono chiesta anch’io. Riguardo Salgari, credo che il dialogo sia fondamentalmente con se stesso. Ovvero tra il sé razionale, che quindi giustifica elabora ecc, e il sé più consapevole… potremmo dire la coscienza? E la coscienza è anche la voce di Dio, ti dice sempre la verità, anche che sei stato un vigliacco nella morte, al di là di quello che tu racconti a te stesso. Una coscienza cattolica, come la intendeva un po’ anche Collodi.

I. Ma la mia domanda è: È stato un vigliacco, Salgari – intendo il Salgari della narrazione? E come si fa a scardinare un recinto nel quale, quale che sia il tuo comportamento, incluso quello della denuncia, chi sta fuori del recinto ride e riderà comunque? Banksy dice «Siete una minaccia di livello accettabile», Frédéric Beigbeder in Lire 26.900 diceva che quale che fosse la risposta del mondo, la pubblicità avrebbe vinto convalidando (a suo dire) il “purché se ne parli”. E qual è la via d’uscita reale di Salgari? Qual è la morte vera? Il vero nero non è forse nella stanza, e non nel mondo di fuori?

S. Be’, Salgari dice che preferisce togliersi la vita piuttosto che inghiottire l’umiliazione. Qui non si vuole dare un giudizio su Salgari come uomo, ma in questo racconto credo che il personaggio di Salgari (dunque non l’uomo Salgari) viva un’illusione: ovvero che la morte sia qualcosa che riguarda solo lui, e invece riguarda tutti… e alla fine lo lascia in un limbo, e non cancella le sue pene. Insomma, non è uscito da quella stanza. Credo che la sua via d’uscita potrebbe essere la consapevolezza, che lui rifiuta, e infatti sta lì a parlare, forse, con la sua stessa coscienza.

I. Quindi concordi con me che il suo processo di morte riguarda tutti…

S. Sì riguarda tutti, e non si esaurisce con la morte. Tu i morti te li porti dietro, come il figlio dell’uomo che ha ammazzato la moglie nella stanza in cui teneva gli animali… lui si porta dietro animali, padre e madre.

I. Sì, quel brano mi ha impressionato. Il brano Contrasto, di pagina 38.

S. E poi io amo Leopardi… Leopardi ci scherzava con la morte. E si sente il riferimento alleOperette Morali, al dialogo con le mummie di cui non ricordo il titolo.

I. La cosa che volevo dire, la più importante, riguardo a questo libro, è che si situa in una sorta di terra di mezzo tra la narrazione e il saggio, anche se saggio non lo è, mai. E non è nemmeno un esperimento, se non nel senso proprio del termine, ossia volto ad esperire, a provare attraverso un’osservazione empirica. Mi sembra che Mozzi con questo libro calchi il suo passo, e il passo di Mozzi – da chi lo segue da, diciamo, vent’anni, è il passo che sta facendo un narratore che è sempre attento non solo al suo mondo ma alla posa del suo mondo nel mondo.

S. Qui c’è sicuramente un grande controllo, o meglio c’è una grande abilità nell’usare la prosa e la poesia, anche la prosa ha qualcosa di lirico. Questo è molto insolito, però è bello.
Non credo che sia il suo libro più riuscito, perché c’è… non dico una forzatura… ma una mancanza di completezza in alcuni materiali… come dicevo si sente che alcuni pezzi funzionerebbero meglio con la musica, per come sono stati davvero concepiti.
Però questo non toglie che il libro è bello, indubbiamente.
La scrittura è raffinata, letteralmente… cioè c’è un lavoro di fino che io non trovo mai, non a questi livelli di cura.

I. Eh. Io Mozzi fatico a recensirlo, soprattutto perché – oltre a conoscerlo – mi rendo conto che è un autore mostruoso, e non intendo solo a livello positivo, ma nel senso che è capace di generare fantasmi. La sua non è una scrittura coercitiva, come chiamo quella di autori che impongono il proprio stile, ma è sicuramente una scrittura che segna per una sorta di lato oscuro che rimane sempre, potente, e chiama. Resta che sì, il libro non solo lo consiglio, ma ne consiglio l’acquisto – perché scommetto sulla rilettura, di questo come di alcuni altri.

S. Io ammiro che Mozzi abbia sempre la sua scrittura, che è sua e basta. Che non cerca di accontentare il pubblico, di andare incontro all’immaginario del pubblico. E adesso agli scrittori viene chiesto di essere anche degli ammaliatori, di farsi buoni i lettori.
Sì, certo che lo consiglio, perché è bello, a partire dalla copertina, che è fichissima.
Potrei aggiungere considerazioni personali, sul mio immaginario della morte, che si incontra con quello di Mozzi, ma sarebbero considerazioni appunto personali, dunque chiudo qui.

I. La copertina, sì, notevole. E diciamo che il libro è Laurana, e la copertina di Aldo Sorarù – e ho anche la maglietta, io. Privilegi.

S. Ok, sto rosicando.

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