“Da Pascoli a Busi”: Marchesini e i miti del Novecento italiano

La progressiva marginalità del libro nella società contemporanea ha fatto fiorire in quest’ultimo decennio una copiosa pubblicistica, tanto che ormai è una consuetudine consolidata descrive la crisi dei linguaggi letterari in termini di scissione: un micro-mondo di letterature che si oppone al main stream culturale di massa. Questa scissione non viene squadernata dai sociologi, ma dagli abitanti di una micro-società in cui il libro è ancora il centro del dibattito. Gli abitanti di quest’ultima cittadella fortificata, a più riprese si sono interrogati sulla progressiva scomparsa dei lettori dal paesaggio circostante. L’estensione del tema in Italia poi è stata delimitata con una certa superficialità, portando paradossalmente alla luce dubbi, contraddizioni, qualche soluzione e numerosissimi epitaffi.

Tra i primi a suonare il requiem Luca Sofri, con un post apparso sul suo Wittgenstein, che riassumo così: la Rete ha accelerato la nostra disabitudine alla lettura lunga, mentre gli spazi e i tempi un tempo dedicati alla lettura di libri subiscono la competizione di videogiochi, social network, video online e mille altre opportunità a portata di mano sempre e ovunque. Analisi condivisibile? Sì. Semplicistica? Certamente. Tuttavia Sofri nel suo prosaico pragmatismo è tra i più lucidi. Altrove si suonano solo campane a morto come neLa palude degli scrittori di Franco Cordelli, pubblicato dal Corsera e, ne La poesia italiana fa schifo 2.0 direttamente dal blog di Giuseppe Genna. Sia in Cordelli che in Genna dichiarato un postulato (la letteratura/poesia/critica italiana è morta) il teorema viene subito sbandierato come vero. Peccato che la teoria deduttiva non venga illustrata con dati alla mano (come si fa in matematica): e non potrebbe essere altrimenti perché conoscere l’anamnesi completa della letteratura italiana significherebbe leggere tutte le 60 mila pubblicazioni prodotte ogni anno, tutti gli anni.

Non si nega l’osservatorio privilegiato dei due e le intenzioni lodevoli, tuttavia gli interventi citati profumano più di teologia che di saggistica. Il problema della crisi del libro è immenso, ma qualcuno, già da tempi non sospetti, sta utilizzando uno dei suoi apparati più efficaci (la critica) per disboscare questo sottobosco letterario, nella speranza di far chiarezza laddove altrove si alzano cortine fumogene. Naturalmente per disboscare non si possono utilizzare le forbici arrotondate, ma un vero e proprio machete: quello della critica militante e laica. Ecco allora che Matteo Marchesini raccoglie molti dei suoi interventi apparsi su quotidiani come Il Foglio, Il Sole 24 Ore, Corriere della Sera, siti web e riviste, dando ad un discorso editorialmente frammentato, una linearità coerente e bruciante e ci propone un libro essenziale che si chiama Da Pascoli a Busi (Quodlibet). In questo libro Marchesini cerca di spiegare «cosa merita di essere salvato o ridimensionato, satireggiato o riscoperto» del nostro Novecento letterario.

Se la critica letteraria si è dimostrata troppo spesso un aggregato clientelare che privilegia le logiche d’interesse, che ha elevato canoni letterari, dettato legge nei dipartimenti universitari, che ha narrato la teofania di libri e autori divinizzati in contumacia (vedi l’ottimo Guido Morselli), questo libro di Marchesini invece prende di petto la questione letteraria con spirito illuministico, tratteggiando i ritratti dei notissimi Pirandello, Landolfi, Sciascia, Brancati, Moravia, Busi, dei dimenticati Novanta, Saba e Sereni (e di tantissimi altri), sempre da un’angolazione inedita (o forse classicissima?). Facciamo un esempio, riportando l’incipit di uno dei saggi che compongono questo libro: «in Gadda affiorano goliardia e dannunzianesimo, in Montale il qualunquista scettico in pantofole, in Calvino un debole illuminismo e un furbo progressismo». I tre ritratti appaiono tranchant? Le apparenze ingannano, perché Marchesini porta prove, indizi, suggerimenti e testimoni con efficacia probatoria disarmante. Quanto giova a Montale essere chiamato pantofolaio, decostruirne il mito e riportare a galla le contraddizioni e le debolezze legittime dell’uomo e del poeta? Giova ancor di più al lettore tornare a leggere Ossi di seppia, non più con l’occhio del tifoso (o peggio del credente), quanto piuttosto con quello dell’appassionato che ritrova un poeta amato nella sua dimensione terrena, anche perché troppi idoli e monumenti sono stati edificati in letteratura, e forse il lettore scappa altrove anche per questo motivo: è stanco di scalare il mistero della sacra teologia letteraria e annoiato da miti e da epopee insipide.

Insomma, Da Pascoli a Busi non sarà la panacea di tutti i mali, ma può aiutare il lettore a creare una mappa concettuale del 900: senza preconcetti o ancoraggi intellettuali di risulta. Gli stessi che troppo spesso ci fanno esclamare «la letteratura è morta», mentre sicario e mandante vanno impuniti a spasso.

La progressiva marginalità del libro nella società contemporanea ha fatto fiorire in quest’ultimo decennio una copiosa pubblicistica, tanto che ormai è una consuetudine consolidata descrive la crisi dei linguaggi letterari in termini di scissione: un micro-mondo di letterature che si oppone al main stream culturale di massa. Questa scissione non viene squadernata dai sociologi, ma dagli abitanti di una micro-società in cui il libro è ancora il centro del dibattito. Gli abitanti di quest’ultima cittadella fortificata, a più riprese si sono interrogati sulla progressiva scomparsa dei lettori dal paesaggio circostante. L’estensione del tema in Italia poi è stata delimitata con una certa superficialità, portando paradossalmente alla luce dubbi, contraddizioni, qualche soluzione e numerosissimi epitaffi.

Tra i primi a suonare il requiem Luca Sofri, con un post apparso sul suo Wittgenstein, che riassumo così: la Rete ha accelerato la nostra disabitudine alla lettura lunga, mentre gli spazi e i tempi un tempo dedicati alla lettura di libri subiscono la competizione di videogiochi, social network, video online e mille altre opportunità a portata di mano sempre e ovunque. Analisi condivisibile? Sì. Semplicistica? Certamente. Tuttavia Sofri nel suo prosaico pragmatismo è tra i più lucidi. Altrove si suonano solo campane a morto come neLa palude degli scrittori di Franco Cordelli, pubblicato dal Corsera e, ne La poesia italiana fa schifo 2.0 direttamente dal blog di Giuseppe Genna. Sia in Cordelli che in Genna dichiarato un postulato (la letteratura/poesia/critica italiana è morta) il teorema viene subito sbandierato come vero. Peccato che la teoria deduttiva non venga illustrata con dati alla mano (come si fa in matematica): e non potrebbe essere altrimenti perché conoscere l’anamnesi completa della letteratura italiana significherebbe leggere tutte le 60 mila pubblicazioni prodotte ogni anno, tutti gli anni.

Non si nega l’osservatorio privilegiato dei due e le intenzioni lodevoli, tuttavia gli interventi citati profumano più di teologia che di saggistica. Il problema della crisi del libro è immenso, ma qualcuno, già da tempi non sospetti, sta utilizzando uno dei suoi apparati più efficaci (la critica) per disboscare questo sottobosco letterario, nella speranza di far chiarezza laddove altrove si alzano cortine fumogene. Naturalmente per disboscare non si possono utilizzare le forbici arrotondate, ma un vero e proprio machete: quello della critica militante e laica. Ecco allora che Matteo Marchesini raccoglie molti dei suoi interventi apparsi su quotidiani come Il Foglio, Il Sole 24 Ore, Corriere della Sera, siti web e riviste, dando ad un discorso editorialmente frammentato, una linearità coerente e bruciante e ci propone un libro essenziale che si chiama Da Pascoli a Busi (Quodlibet). In questo libro Marchesini cerca di spiegare «cosa merita di essere salvato o ridimensionato, satireggiato o riscoperto» del nostro Novecento letterario.

Se la critica letteraria si è dimostrata troppo spesso un aggregato clientelare che privilegia le logiche d’interesse, che ha elevato canoni letterari, dettato legge nei dipartimenti universitari, che ha narrato la teofania di libri e autori divinizzati in contumacia (vedi l’ottimo Guido Morselli), questo libro di Marchesini invece prende di petto la questione letteraria con spirito illuministico, tratteggiando i ritratti dei notissimi Pirandello, Landolfi, Sciascia, Brancati, Moravia, Busi, dei dimenticati Novanta, Saba e Sereni (e di tantissimi altri), sempre da un’angolazione inedita (o forse classicissima?). Facciamo un esempio, riportando l’incipit di uno dei saggi che compongono questo libro: «in Gadda affiorano goliardia e dannunzianesimo, in Montale il qualunquista scettico in pantofole, in Calvino un debole illuminismo e un furbo progressismo». I tre ritratti appaiono tranchant? Le apparenze ingannano, perché Marchesini porta prove, indizi, suggerimenti e testimoni con efficacia probatoria disarmante. Quanto giova a Montale essere chiamato pantofolaio, decostruirne il mito e riportare a galla le contraddizioni e le debolezze legittime dell’uomo e del poeta? Giova ancor di più al lettore tornare a leggere Ossi di seppia, non più con l’occhio del tifoso (o peggio del credente), quanto piuttosto con quello dell’appassionato che ritrova un poeta amato nella sua dimensione terrena, anche perché troppi idoli e monumenti sono stati edificati in letteratura, e forse il lettore scappa altrove anche per questo motivo: è stanco di scalare il mistero della sacra teologia letteraria e annoiato da miti e da epopee insipide.

Insomma, Da Pascoli a Busi non sarà la panacea di tutti i mali, ma può aiutare il lettore a creare una mappa concettuale del 900: senza preconcetti o ancoraggi intellettuali di risulta. Gli stessi che troppo spesso ci fanno esclamare «la letteratura è morta», mentre sicario e mandante vanno impuniti a spasso.

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