«Se un romanzo ha bisogno di troppo editing non andrebbe pubblicato», intervista a Vincenzo Ostuni

vincenzo_ostuniVincenzo Ostuni (classe 1970) ha una laurea in psicologia, un dottorato in filosofia e una lunga esperienza editoriale. Attualmente editor di Ponte alle Grazie, si muove agilmente tra la poesia e la prosa e continua a curare Faldone, la sua opera di poesia in costante evoluzione. Lo abbiamo intervistato per ragionare insieme sul lavoro di editor, ma soprattutto per parlare di poesia, quella che per (quasi) tutti è ferma al primo Novecento, o giù di lì, e che in libreria occupa le colonnine più sperdute e nascoste. Ne è venuta fuori una conversazione ricca di spunti per chi vorrà farsi un giro tra la poesia contemporanea, quella buona, e scoprire che oltre a Ungaretti c’è di più. Vincenzo è una persona di rara gentilezza, professionalità e acume intellettuale, lo ringraziamo dunque per la disponibilità a condividere un po’ della sua esperienza.

Volevo parlare un po’ del tuo lavoro con la poesia, e del tuo lavoro di editor. Tu hai lavorato con minimum fax, Fazi e ora sei da Ponte alle Grazie…

Sì, da minimum fax come redattore in senso stretto; da Fazi come editor, quindi con una responsabilità editoriale, dal 2001 al 2005 solo per la saggistica, poi fino a tutto il 2007 come direttore editoriale. Dal 2008 lavoro da Ponte alle Grazie come editor.

Ok, allora parliamo intanto di Faldone

Il Faldone è un’opera in versi che continuo a scrivere, aggiornare e rielaborare da molti anni. È un libro di poesia, ma a differenza dei classici libri di poesia, che prima o poi raggiungono uno stato definitivo, questo libro non ci arriva mai. Innanzitutto perché è concepito per essere il mio unico libro. La mia carriera di scrittore non è fatta da un susseguirsi di libri diversi e compiuti ma si concepisce come scrittura di un’unica opera, un’opera particolarmente insofferente a una dimensione definitiva. Essa si accresce continuamente, le sue parti interne vengono modificate, spostate ecc… di fatto è un’opera-organismo, che si concluderà con la fine materiale della mia scrittura, e della quale tuttavia si possono fornire nel corso del tempo delle istantanee, congelarne artificialmente lo sviluppo e darne dei ritratti. Come si fa appunto con gli organismi viventi, dei quali si danno descrizioni o fotografie a un determinato stadio del loro sviluppo. Il Faldone ha avuto tre versioni a stampa: Faldone zero-otto, uscito nel 2004, Faldone zero-venti nel 2012, mentre la terza – uscita nel 2014 – è un estratto dalla terza istantanea del libro, Faldone zero-trentanove. Esiste anche una quarta istantanea, Faldone zero-sessanta, novantotto-novantanove, che ho scattato ora, nel 2015, e che si trova per il momento solo sul mio sito.

Quando ho studiato al liceo, ma anche all’università, la poesia iniziava con gli stilnovisti e arrivava fino a Ungaretti, più o meno. Ed era sempre abbastanza odiata, non era uno studio felice. Quindi io, come tanti altri, sono ho terminato gli studi con l’idea che la poesia fosse qualcosa di molto difficile, che non si legge prima di andare a letto. Poi… una cosa che è abbastanza risaputa nell’editoria è che vendere poesia è difficilissimo, quasi tutte le collane sono in perdita. Insomma la poesia non si legge e non vende. Da qui due domande: perché è così? E cosa si dovrebbe leggere di poesia contemporanea?

La poesia in Italia si vende poco, si legge meno della prosa, come in tutti i paesi del mondo occidentale; ma non necessariamente le collane sono in perdita, alcune immagino abbiano una loro sostenibilità economica. A parte le collane che si finanziano con il contributo degli autori, una pratica discutibile che qui non voglio considerare, alcune – come la BiancaEinaudi, o la sezione di poesia contemporanea degli Oscar Mondadori, o lo stesso SpecchioMondadori – continuano a pubblicare con qualche successo. Ignoro se siano interamente autonome dal punto di vista finanziario, ma non escludo che così sia, anzi tendo a pensarlo.
Rispetto ad altri paesi, l’Italia si distingue per la clamorosa assenza di ogni politica di promozione pubblica della poesia contemporanea. Per promozione pubblica intendo sostegno economico agli editori e agli autori, sostegno alla diffusione commerciale, presenza di un premio di reale rilevanza mediatica: tutto questo è eclatantemente e vergognosamente assente. Anche la scuola ha un responsabilità importantissima. Non è colpa degli studenti se la poesia viene percepita come noiosa, pedante o difficile; in un certo senso la poesia è più difficile da leggere della prosa, almeno a parità di numero di righe. Ma, per esempio, leggere anche una sola poesia, pur dovendola leggere dieci volte, richiede infinitamente meno tempo che leggere un romanzo, e a volte ripaga il lettore di più di un intero romanzo. La scuola poi tralascia la poesia contemporanea, soprattutto quella italiana, a favore di altri periodi storici; e io non ho dubbi che uno studente di oggi si divertirebbe molto di più a leggere Fortini che Monti, se ne avesse la possibilità.
Questo è vero per tutta la letteratura: come tu ti sei fermata a Ungaretti in poesia, ti sei fermata a Svevo e Pirandello per la prosa. Ma il romanzo è sostenuto, nel nostro sistema culturale, da una serie di fattori economici che aiutano la sua diffusione, soprattutto nei suoi sottoderivati più commerciali e meno interessanti dal punto di vista letterario, antropologico, cognitivo. Anche nelle sue frange più impegnate, tuttavia, il romanzo ha un sostegno che per la poesia è completamente assente. Nella completa obliterazione della poesia, insomma le politiche culturali pubbliche hanno un ruolo decisivo, sia all’interno delle mura scolastiche che fuori.
Chiaramente tutto questo si inscrive in un fenomeno globale, che potrebbe però riservare sorprese, perché per esempio la poesia, in quanto forma breve, è molto più adatta alla fruizione in rete di quanto lo sia la narrativa. Tanto che, a livelli estremamente variegati e problematici per qualità, la rete prolifera di blog sulla poesia. Il fenomeno, al di là del fatto che la qualità non sia sempre adeguata, testimonia tuttavia la vitalità del genere.
C’è tantissimo da leggere di contemporaneo. La poesia italiana del secondo Novecento è di rarissima fecondità, e a livello mondiale è riconosciuta come una delle più importanti, forse più di quanto accada per il primo Novecento. Zanzotto, Caproni, Fortini, Sanguinetti, Pagliarani, Frasca, Magrelli, poi alcuni autori della mia generazione e delle successive, che stanno esprimendo valori molto importanti. C’è anche tanta poesia contemporanea straniera da leggere, soprattutto dagli Stati Uniti, dalla Francia, dai paesi nordici.

Mi capita spesso, facendo schede di valutazione, di leggere poeti che imitano dei modelli evidentemente ottocenteschi, ricercando un’immagine romantica, arcaica della poesia, tralasciando tutto quello che succede adesso. La mia impressione è che gli stessi aspiranti poeti spesso manchino della conoscenza dei meccanismi della poesia…

Questo dipende sempre dalle agenzie di intermediazione e può essere vero anche per la prosa, per la musica e per l’arte. Nella poesia le agenzia di intermediazione sono particolarmente fragili, perché la critica ha poche tribune ed è anche prodotta da poche persone. Tuttavia, non si può andare su Google e digitare “poesia” per farsi un’idea di cosa è valido e cosa no! Non resta che cercarsi le agenzie giuste: un numero limitato di critici letterari; un numero limitato di blog letterari, come gammm, Le parole e le cose, Nazione Indiana; e un numero limitato di case editrici che pubblicano poesia: oramai quasi più che Einaudi e Mondadori, per lo meno per la produzione più attuale, alcuni piccoli editori: Aragno, La Camera Verde, Benway Series, Ponte Sisto, Oèdipus...

Passiamo alla prosa. Tu adesso sei editor per Ponte alle Grazie e ti occupi sia di narrativa che di saggistica… le domande sono due: come selezioni quello che pubblicherai? E come – e se – intervieni sul testo? Tempo fa ho parlato con Giulio Mozzi, lui è uno che non mette direttamente le mani sul testo, ma c’è chi lo fa… ognuno ha un suo modo di lavorare con gli autori…

Tieni presente che oltre a me Ponte alle Grazie ha come editor Cristina Palomba: non ci sono settori esclusivamente miei, seguo alcuni progetti all’interno di queste collane.
Riguardo alla selezione dei testi, Ponte alle Grazie al momento ha una situazione praticamente unica in Italia perché persegue una linea editoriale relativamente pura. Da un paio d’anni a questa parte nella collana Scrittori entrano quasi solamente libri francamente letterari. Questo fatto è ormai praticamente unico tra i grandi editori (dico grandi perché Ponte alle Grazie, anche se di dimensioni medio-piccole, fa parte del grande gruppo GeMS). Questo significa che noi tentiamo di svolgere ancora il compito di scegliere scritture letterariamente valide. È chiaro che debbo escluderne una frangia, alla quale sono pure legatissimo culturalmente: quello delle scritture molto sperimentali, perché non hanno un riscontro di mercato sufficiente… Esistono dunque scritture di grande importanza estetica e letteraria che per Ponte alle Grazie non posso neppure considerare, perché la casa editrice deve trovare una piena sostenibilità economica.
La risposta alla prima domanda si collega alla seconda. Per quel che riguarda gli stranieri mi arrivano proposte sia dagli scout sia dalle case editrici, e cerco di vagliarle secondo criteri sia estetico-letterari sia di vendibilità. Lo stesso accade per gli italiani ma, e qui mi collego alla seconda domanda, nutro scarsa considerazione del mestiere dell’editor, inteso come modificatore di testi. Penso innanzitutto che sia un mezzo che l’industria culturale ha individuato per aumentare artificialmente il numero di libri dignitosamente vendibili, dunque la quantità di merce e il giro d’affari a scapito della qualità media. Penso che, per come viene praticato oggi, in Italia e nel mondo, l’intervento dell’editor sia un intervento per lo più normalizzante, appiattente, inteso a limitare la portata del talento alle presunte aspettative del pubblico. Un pubblico giudicato sempre molto più scarso di quanto probabilmente non sia, o almeno non fosse, perché a forza di dargli libracci (oltre che giornalacci e televisionaccia e scuolaccia) il pubblico scarso ci è probabilmente diventato. Quindi se per me un libro andrebbe modificato in misura eccessiva non lo prendo in considerazione, almeno per la collana Scrittori. Un conto è se devo pubblicare un memoir, un’autobiografia o un saggio, ma se un romanzo ha bisogno di troppi interventi bisognerebbe proprio astenersi dal pubblicarlo. Non credo in una potenzialità del plot separata dalla compiutezza della scrittura e dello stile. Insomma cerco di intervenire abbastanza poco: questo non significa che le mie proposte agli autori non siano anche capillari, ma l’intervento deve comunque tenersi lieve. Potremmo dire che un buon editing è maieutica di piccolo cabotaggio. Non credo nel grande editor che tira fuori il coniglio dal cilindro di un manoscritto mediocre: se lo fa significa che sta barando, perché in nessun cilindro c’è davvero un coniglio.

Quindi una volta che hai selezionato un testo ne discuti con l’autore…

Non metto mai mano direttamente sul testo, questo non è pensabile per me. Quello che succede è che io dico all’autore: «Questa parte potrebbe svilupparsi diversamente» oppure«Qui potresti usare un giro di parole diverso». Gli interventi sono di questo genere, ma non avvengono direttamente sul testo: si tratta di note al margine che vengono condivise con l’autore, il quale può decidere se accettarle. Da editor sono molto più interessato a una selezione a monte che a un intervento sul libro già scritto.

Questo lavoro di editing, di collaborazione con l’autore,che si fa con la prosa, pensi sia possibile farlo anche con la poesia?

Ci sono esempi illustri nella storia, vedi Eliot e Pound, ma attualmente mi sembra molto più difficile, anche perché non c’è una vera richiesta. La figura dell’editor, nel senso moderno, professionale, nasce come esigenza del mercato. La domanda di poesia è troppo scarsa! Non escludo che sia possibile, ma storicamente qualcosa di simile è avvenuto pressoché solo nella forma di relazioni amichevoli tra poeti; già gli stilnovisti leggevano in anticipo le poesie dei colleghi. Se però tu ti riferisci a una professionalizzazione di questa attività di consiglio fra sodali, io spero che non ci sia bisogno che accada.

È nato ed è fallito in tempi relativamente brevi il gruppo TQ, un tentativo di collaborazione tra scrittori e intellettuali… mi viene in mente perché adesso sembra che sia più difficile incontrarsi per le persone che si occupano di cultura e di letteratura, che sia più difficile trovare dei luoghi dove lavorare insieme…

I circoli letterari esistono ancora, intesi come luoghi virtuali o reali dove si discute degli aspetti estetici della scrittura. Questo fenomeno, almeno per quello che riguarda i poeti, meno per i narratori, è più vivo adesso che negli anni ’80 o ’90, e lo è perché la Rete ne consente un’aggregazione, per quanto puntiforme, discontinua e temporanea.
TQ era un movimento anche politico, anzi più politico che culturale, che aveva l’ambizione di inquadrare alcuni problemi delle politiche alla cultura all’interno di una visione più complessa dei rapporti sociali e di produzione. Proprio per questo, è stato un fenomeno unico per quanto effimero. I gruppi novecenteschi d’avanguardia presentavano uno sfondo politico, condividevano finalità superiori di ordine politico, ma nascevano e si aggregavano intorno a comunità esteticamente individuate. TQ nacque su presupposti diversi: un gruppo di operatori della cultura, anche se su posizioni estetiche differenti, ha provato a creare gruppi di discussione e proposta su temi più politici che culturali. Da posizioni di sinistra radicale, c’è da dire. È fallito per tanti motivi: secondo me la generazione dei trenta-quarantenni è vissuta in un periodo particolarmente difficile della nostra storia, interiorizzando in maniera molto grave alcuni aspetti di consumismo, individualismo, liberismo, che le nostre coscienze e le nostre attitudini verso i consimili non riescono quasi più a espellere.
Per questo ritengo un mezzo miracolo che TQ sia esistito: più che un fallimento la sua assenza definirei un successo la sua breve presenza. Mi auguro sia la prima avvisaglia di un possibile cambiamento, questa capacità, che TQ ha manifestato in maniera effimera, di sviluppare quello che Andrea Cortellessa ha molto sagacemente definito post-individualismo. La tradizione romantica vuole l’individuo-artefice come il massimo legislatore non solo della propria opera ma in qualche modo della cognizione del mondo: TQ è stata la manifestazione embrionale di una capacità di organizzare collettivamente una cognizione critica del mondo e della politica culturale.

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