Letteratura tedesca e traduzioni Einaudi: intervista a Enrico Ganni

Enrico Ganni è traduttore, curatore e, dal 1995, editor della Narrativa Straniera Einaudi. Ha insegnato traduzione presso la Scuola Superiore per Interpreti ed è stato lettore presso l’Istituto di Germanistica dell’università di Milano. Ha curato (tra le tante) opere di Goethe, Freud, Zweig e Kafka.
Enrico vive tra Torino e Berlino, non è stato facile organizzarci ma alla fine, con grande gentilezza, ci ha concesso un’ora del suo tempo: abbiamo parlato di letteratura tedesca (sì, quella che pare non legga quasi nessuno), del lavoro di editor, di traduzione, e anche di come si diventa (o si potrebbe diventare) traduttori.

Tu hai iniziato a lavorare come traduttore e poi come editor della narrativa straniera presso Einaudi, dove ti occupi principalmente di letteratura tedesca…

Prima insegnavo a Milano, alla scuola per interpreti e traduttori, però già subito dopo la laurea avevo iniziato a tradurre. Mi sono laureato con Roberto Fertonani, che era germanista per la Mondadori, e ho iniziato aiutandolo con vari lavori: inizialmente si trattava di revisioni, poi sono passato a tradurre io. Essendo cresciuto in Germania per me è stata una scelta abbastanza semplice.

Quali erano gli scrittori tedeschi che tu leggevi in quel periodo?

Direi che ci sono state due fasi diverse. Fino al ’95 ho lavorato a Milano e intanto facevo il traduttore, ma non ero coinvolto direttamente con le case editrici. Poi, quando mi hanno chiamato all’Einaudi, sono cambiate le cose, perché prima leggevo tutto sommato poca letteratura contemporanea, leggevo molti più classici, tedeschi, inglesi, francesi, russi, americani. Per Einaudi già facevo delle traduzioni, per Roberto Cazzola, che all’epoca si occupava lì di letteratura tedesca… Poi nel ’95 Cazzola è andato all’Adelphi, Renata Colorni da Adelphi alla Mondadori: insomma ci sono stati diversi spostamenti e a quel punto mi è stato offerto di sostituire Cazzola. E quello è stato il momento in cui mi sono dovuto concentrare maggiormente sui contemporanei. All’epoca era diversa anche la struttura della casa editrice, per cui mi occupavo di tutto ciò che riguardava la Germania: saggistica, narrativa, classici, tascabili, poesia, teatro ecc. Era più una struttura orizzontale, adesso invece è una struttura verticale: faccio parte dell’aera Narrativa straniera e mi occupo di autori anche di altre aree linguistiche, come la Cina ad es.

Tu hai tradotto anche dei grandi autori classici, come Freud, Mann, Kafka… io non so quanta letteratura tedesca si legga in Italia, oltre a questi autori di catalogo, quindi mi domando che cosa si cerca di tradurre.

Dunque, è vero che non se ne legge tanta. O meglio, i libri vengono comunque fatti, ma per un pubblico più ristretto. C’è stata qualche eccezione nel tempo, Süskind con Il profumo oppure Le voci del mondo di Schneider; e quando Günter Grass ha ricevuto il Nobel anche i suoi libri sono andati bene… e c’è anche Christa Wolf che ha un suo pubblico femminile di riferimento. Quindi ci sono una serie di autori che vanno bene e altri che fanno fatica, ma che magari si pubblicano più per onor di firma. Ma questo non solo da noi, è così per tutte le case editrici, le tirature sono sulle 2.500-3000 copie. In linea di massima, anche guardando i dati dell’AIE, gli autori inglesi hanno una tiratura media doppia, ma anche rispetto ai francesi. Con la crisi le tirature medie si sono però abbassate molto, e la divaricazione adesso è meno accentuata.

Come editor della narrativa straniera hai il compito di selezionare cosa viene e non viene pubblicato, dunque come organizzi il tuo lavoro?

Alla narrativa straniera siamo in cinque editor e il nostro compito è prevalentemente quello di selezionare e poi seguire la realizzazione del volume. Nei rapporti con le case editrici estere fino a qualche tempo fa l’Einaudi godeva di un certo vantaggio: per una casa editrice tedesca ad esempio, se il libro veniva acquisito da Einaudi era un punto in più, perché in un certo senso dava visibilità, lustro all’autore che magari a quel punto veniva acquisito anche in altri paesi. Abbiamo rapporti di antichissima data con diverse case editrici, ci conosciamo, loro sano cosa pubblichiamo e cosa no. Abbiamo degli scout all’estero, e anche questa è una cosa che ci avvantaggia, rispetto ad altre case editrici più piccole che non possono permetterseli. E poi bisogna guardarsi in giro, perché ci sono delle cose che magari non escono dalle case editrici più note, quindi bisogna sempre avere un occhio attento su quello succede. Prima di internet era un processo più lento, adesso si è continuamente subissati di proposte. All’Einaudi i computer sono stati introdotti proprio nel ’95, ma inizialmente venivano usati solo per impaginare, non c’erano ancora le mail, non si usava internet, era tutto più tranquillo, si leggevano i libri con calma. Adesso è tutto più veloce, ci sono libri molto combattuti, richiesti da più case editrici, e lì dobbiamo essere fulminei. Basta leggere i verbali delle riunioni Einaudi, per capire quanto sono cambiate le cose. Il nostro era un lavoro collettivo, il libro veniva proposto da uno, poi letto da un secondo, da un terzo, da un quarto, e poi si arrivava a una sintesi… passavano mesi. Ad un certo punto, per quanto io le trovassi molto stimolanti, queste riunioni non funzionavano più, proprio perché erano cambiati i tempi necessari alle scelte editoriali. Magari ti capitava di leggere un libro di uno storico, si cercava di capire cosa ne avrebbe pensato il lettore medio, ma era tutta un’altra impostazione.

Dei titoli che hai selezionato in questi anni c’è qualcosa al quale sei particolarmente legato? O che secondo te merita particolarmente di essere letto?

Sono molto contento di aver riportato alla casa editrice Günter Grass; quando sono arrivato io stava uscendo È una lunga storia, il romanzo sulla riunificazione della Germania, ho convinto la casa editrice a prenderlo, e poi Grass ha vinto il Nobel e sono usciti altri bei libri. Un altro autore, su un versante anche più complesso, è Durs Grünbein, che è poeta e anche saggista. E delle cose più recenti mi sono piaciuti molto Pipistrelli di Marcel Beyer, Il fratello perduto di Hans Ulrich Treichel, e La fortuna dei Meijer di Charles Lewinsky, che è un autore svizzero. Sono contento di Enzensberger, un autore molto prolifico che nella prosa predilige la forma breve. Del suo libro sulla matematica, Il mago dei numeri, abbiamo fatto non so quante edizioni. Nella colla dei Millenni abbiamo pubblicato un volume fondamentale come Le conversazioni con Goethe di Eckermann, nei tascabili è appena uscita una nuova edizione delle Poesie politiche di Brecht.
Adesso mi sto occupando di una collana di classici, un progetto che era in programma da tanti anni… i classici ritradotti nei Super Coralli. È un’idea che ho sostenuto vivamente, perché molte nostre traduzioni dei classici setto-ottocenteschi russi, francesi, inglesi, americani etc. sono vecchissime, di settanta anche ottanta anni fa. E inoltre nel catalogo mancavano alcuni titoli fondamentali. In questo caso i tempi sono più lunghi, non siamo incalzati dall’attualità: per ora abbiamo pubblicato Il rosso e il nero, Delitto e castigo, L’isola del tesoro e Il conte di Montecristo: mentre i primi tre in catalogo c’erano già, l’ultimo non lo avevamo. Sono molto contento di questo progetto, tra l’altro hanno delle copertine molto eleganti, che davvero ti viene voglia di leggerli… speriamo di riuscire a farne tanti.

Allora, una domanda e una domanda specchio. Quali titoli consiglieresti a un lettore che non ha mai letto letteratura tedesca? E cosa di italiano viene letto dai tedeschi? Tu, tra l’altro, vivi per una parte dell’anno a Berlino…

Per quanto riguarda i classici, ci sono tantissime cose dell’Ottocento che sono molto belle. Consiglierei Goethe ovviamente, il Werther e le Affinità elettive, poi le poesie e ai più temerari il Faust. E poi Kleist, sia la prosa (i suoi racconti sono straordinari) che il teatro, Hoffmann, a me piace tantissimo Gottfried Keller, forse più i racconti che il romanzo, Enrico il verde. Thomas Mann, i Buddenbrook, La montagna incantata, i racconti come la Morte a Venezia o il Tonio Kröger: Mann ha una capacità straordinaria di descrivere il mondo borghese, credo che sia ineguagliabile. Mi piace meno Musil, anche su l’Uomo senza qualità è senza dubbio un capolavoro. E poi c’è Kafka. Da leggere tutto. Pensando al secondo dopoguerra, penso di nuovo a Grass: i primi tre romanzi (Tamburo di latta, Gatto e topo e Anni di cane) sono sicuramente stupendi.
Su cosa si legge di italiano in Germania non sono in realtà molto preparato… viene tradotto abbastanza però, Il nome della rosa di Umberto Eco aveva fatto da traino, anni fa, per molti autori. Avevano avuto molto successo anche Scritti corsari di Pasolini, e proprio adesso qui a Berlino c’è una mostra su Pasolini. Questo successo un po’ si è disperso. Ci sono un paio di case editrici che adesso traducono gli italiani, cito solo Wagenbach, però mi risulta che in questo momento non ci sia un grande interesse.

Non so se insegni ancora… ma, in ogni caso, secondo te c’è ancora spazio per chi vuole fare il traduttore?

Io ho insegnato all’università fino a un anno fa, adesso faccio dei corsi, a Torino ad esempio. Il discorso che faccio sempre ai ragazzi è questo: finché continua a esistere l’editoria così come la conosciamo noi, con questo modello di lavorazione del testo, ci sarà sempre spazio per i traduttori. Considera che, a parte la crisi, non è cambiato molto con l’avvento degli ebook. Per noi editor il lavoro è rimasto sostanzialmente identico, sia che il libro esca in cartaceo sia che venga mandato in India per realizzare un ebook. Quello che va detto è che vanno tenute presente le cifre: Einaudi, che è la seconda casa editrice in Italia, fa quaranta titoli di narrativa straniera all’anno. Dunque non c’è tutto questo lavoro. In più di norma gli autori di catalogo, quindi quelli di cui pubblichiamo tutti i libri, come McEwan, vengono tradotti sempre dalla stessa persona. Per un motivo specifico: perché vogliamo conservare quella voce per quell’autore. Questo per dire che non c’è molto spazio per inserire nuovi collaboratori. In più Einaudi, come del resto Adelphi, pubblica libri di una certa complessità, serve un retroterra culturale oltre che linguistico, e ovviamente cerchiamo di lavorare con traduttori che conosciamo e di cui ci fidiamo. Dopo il primo libro che affido a un traduttore so quali sono le sue debolezze, i suoi punti forti ecc… e tra di noi si instaura un rapporto di fiducia. Ripeto: non c’è moltissimo spazio per nuovi ingressi. Detto questo capita che un traduttore si stanchi, o non voglia tradurre per un po’, mi è successo di recente con due colleghi, e lì si sono creati due spazi, dunque abbiamo inserito tre nuovi collaboratori. Tutto questo va collocato nella giusta dimensione di numeri.
In linea di massima il livello dei traduttori, soprattutto dal punto di vista linguistico, è molto migliorato. Fino a vent’anni fa si imparava a tradurre traducendo, con l’aiuto delle case editrici, adesso ci sono molti corsi, alcuni funzionano bene, altri meno… Però si creano anche molte illusioni e in parte si inflaziona il mercato, si crea molta mano d’opera che non ha lavoro e questo, secondo uno schema economico classico, comporta anche un ridimensionamento delle tariffe: se il lavoro non la fai tu, lo fa un altro. Sei io proponessi un contratto con una tariffa di 20-25 euro a cartella mi direbbero che siamo fuori budget. Il secondo discorso che faccio è che ci sono pochissime persone che conosco che vivono di sola traduzione, perché è un lavoro impegnativo, che porta via un sacco di tempo ed è sottopagato. Io stesso mi dico, certe volte, che è una follia fare certe traduzioni. Io, in un certo senso, sono stato privilegiato, perché prima insegnavo e poi sono entrato come editor interno, quindi non faccio testo. Ma la scelta di vivere di sole traduzioni è molto problematica. Questo lo dico sempre quando parlo con persone più giovani, dico «fate anche qualcos’altro». Va benissimo fare traduzioni, ma il mercato è quello che è, le case editrici fanno il loro mestiere di aziende in una società capitalistica e dunque vogliono risparmiare. E poi sei sempre alla mercé delle case editrici. Se per esempio cambia un editor rischi di non avere più lavoro. È stato così anche per me. Visto che il rapporto tra editor e traduttore è molto stretto, un po’ come quello tra editor e autore nell’italianistica, c’è uno scambio di sensibilità e fiducia. Cazzola si è portato i suoi traduttori all’Adelphi e io, a mio volta, ho portato gente nuova all’Einaudi. È anche una questione di rapporti umani. Questo lo dico solo per dire che c’è anche la possibilità di perdere contatti con la casa editrice A, piuttosto che con la casa editrice B. E quindi come fai? Devi ricostruire tutto. È un lavoro un po’ strano, non facile.
Detto questo il ricambio c’è sempre, e ci sono anche diverse forme di collaborazione: per la traduzione del romanzo di Charles Lewinsky, avevo chiesto a una collaboratrice storica che però per un po’ aveva deciso di dedicarsi ad altro. È stata lei ha segnalarmi una giovane collega. Così abbiamo fatto una specie di tutoraggio. La traduttrice nuova è stata affiancata dalla collega più esperta, e il compenso è stato diviso fra le due. Per la casa editrice non c’è stato un aggravio economico, è stato una collaborazione proficua e adesso la nuova collega sta traducendo molto per noi. Un altro discorso è quello delle raccomandazioni, io posso dire con orgoglio che noi della narrativa siamo molto compatti nel non accettarle. Potrei raccontarne di telefonate: «Perché non fai fare una traduzione a mia moglie?», «Ho un allievo bravissimo!”». L’esempio che ti ho fatto prima era invece di collaborazione con una collega, di fiducia, un modo per tramandare il sapere e per inserire nel lavoro persone meno esperte.

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