Letteratura, Napoli e Tamil: intervista a Alessio Arena

Il talento di Alessio Arena lascia un che di inquietante e meraviglioso sul palato. Napoli, classe 1984, cantautore di grande spessore, e non lo diciamo solo noi – vincitore della XXIV edizione di Musicultura e premio AFI al miglior progetto discografico, Bestiari(o) familiar(e) – Alessio Arena è anche un grande narratore: premio Giuseppe Giusti Opera Prima col suo L’infanzia delle cose, e secondo classificato al Premio Neri Pozza col suo ultimo romanzo La letteratura Tamil a Napoli. Su Neri Pozza è inutile dilungarsi, se non per segnalare alcune delle ultime perle editoriali scovate in Campania, terra di frontiera e di narratori che sembrano così stranieri all’orecchio e all’abitudine italiana che un editore come Neri Pozza non poteva di certo trascurare (vedi La terra del Sacerdote di Paolo Piccirillo, campano come il nostro Alessio Arena).

A due mesi di distanza dal debutto nelle librerie, torniamo volentieri a parlare di un romanzo articolatissimo per intreccio e fantasmagorico per impatto linguistico, La letteratura Tamil a Napoli appunto: lì dove Arena ci conduce, in una Napoli fantastica e sotterranea fatta di gallerie e grotte, c’è una sorta di canone letterario alternativo di matrice Tamil, l’etnia che ha avuto la peggio nella guerra civile che ha insanguinato lo Sri Lanka negli ultimi trent’anni.

Nel tuo libro si parla molto dei sotterranei di Napoli, un topos importantissimo per questa città, dalla leggenda del munaciello passando a rivisitazioni moderne come Mi manda Picone. Quanto è importante questo cuore segreto per Napoli e per te, e quanto ha influito sulla costruzione del tuo romanzo?

I sotterranei di Napoli hanno sempre rappresentato uno spazio di estrema vitalità, un riparo, un’alternativa alla città di sopra. Anch’io, come il protagonista del romanzo, sono cresciuto ascoltando moltissime storie dei sotterranei, soprattutto dalla nonna che, da bambina, vi si era rifugiata insieme alla famiglia, durante i bombardamenti tedeschi. Io ho deciso di ambientare la storia nel sottosuolo napoletano per raccontarne dei contenuti inediti, e per far parlare la città con un’intonazione assolutamente diversa, sottotono, cercando di intuire, insomma, un nuovo punto di vista.

Nel tuo romanzo si sente il peso di una ricerca profonda sul conflitto civile tra singalesi e tamil che ha insanguinato lo Sri Lanka. Come mai Napoli è diventata una sponda così importante per l’immigrazione da quel Paese?

Ho affrontato un tema delicato, cercando di dire le verità di entrambe le parti, e sottolineando l’ottusità di un conflitto che ha generato una diaspora che include sia i vinti che i vincitori. Napoli è abituata a tollerare chi è di passaggio e chi decide di restarvi, pure se con l’obbiettivo di sporcarle la faccia, di cambiarne i connotati. Molti cittadini srilankesi non l’hanno scelta come ultima destinazione, hanno subito pensato che i propri figli non avrebbero avuto un grande futuro in una città così irriverente e maldestra. Poi però sono diventati napoletani pure loro. Napo-tamil o Napo-sinhala. Fa lo stesso. Hanno riconosciuto nell’indolenza partenopea qualcosa che gli apparteneva già, come se la città fosse diventata un enorme specchio, uno specchio che ha evidenziato delle ferite con le quali vale la pena convivere, che devono essere accettate così come sono, che resteranno sempre, qui o in qualsiasi altro posto del mondo.

Il tuo romanzo, se posso interpretarlo così, ha un ossatura fatta di elementi più che realistici, ma una muscolatura fantastica e eccentrica. Quale pensi sia la parte meglio riuscita, la cronaca o l’invenzione? Scriveresti mai un romanzo, passami il termine stantio, realista?

Dici bene. Ho passato parecchio tempo a investigare su temi molto lontani dalla mia formazione: la poesia tamil, la religione induista, la musica carnatica, la storia del colonialismo in Asia... Questo mi serviva per dare una cornice rigida e riconoscibile alla mia storia di finzione. È quello che faccio sempre. Non mi interessa raccontare i fatti così come stanno. La letteratura deve mostrare le cose così come potrebbero essere. Mentre lavoravo alla stesura definitiva del libro mi sono imbattuto in un romanzo che avevo letto con troppa superficialità, da adolescente, e che meritava essere rispolverato. Si tratta del romanzo di Anna Maria Ortese, L’iguana dove a un certo punto si legge: «Sentii parlare di realismo. Che cos’è questo? “Dovrebbe essere” rispose il conte un po’ impacciato “un’arte di illuminare il reale. Purtroppo, non si tiene conto che il reale è a più strati, e l’intero Creato, quando si è giunti ad analizzare fin l’ultimo strato, non risulta affatto reale, ma pura e profonda immaginazione».

Passiamo a te. Perché hai scelto di dividerti tra Napoli e Barcellona e quindi cantare anche in catalano come lingua d’adozione? E quali sono invece i tuoi riferimenti letterari?

In Spagna mi ci hanno portato da bambino. Mia madre ci ha vissuto una ventina d’anni. Io, cresciuto dalla nonna, ero obbligato a farle visita un paio di volte l’anno, o a volte di più. Poi ho deciso di andarci a vivere autonomamente, quando mi sono reso conto che Barcellona era diventata la mia seconda città. Da bambino del centro di Napoli, che parlava solo napoletano, una lingua estremamente malleabile e creativa, ho preso contatto con l’italiano e lo spagnolo quasi in contemporanea. Il catalano è venuto dopo, quando mi sono reso conto che tutta la cultura della città dove mia madre viveva, parlava quella lingua. I miei riferimenti letterari, però, non si trovano nella letteratura spagnola ma in quella ispanoamericana. Sono stato, già dai tempi del liceo, un attento lettore di Arenas, che ho anche tradotto in italiano, e apprezzo infinitamente BolañoDonosoCortázarRómulo GallegosAsturias.

Tu sei anche un bravo e stimato cantautore, perciò per concludere ti farò una domanda provocatoria. In qualità di musicista ti vorrei chiedere se hai notato lo slittamento lessicale che esiste tra il termine poeta e il termine cantante. Insomma, negli ultimi anni, in concomitanza della crisi della poesia letteraria, sempre più la canzone sta inglobando il genere poetico. Non è raro sentir parlare della poesia di Guccini o di De André. In altri ambiti questo slittamento lessicale non esiste (mai diremmo di Picasso: è stato un grande architetto). Pensi che musica e poesia possano sovrapporsi come stanno facendo, o che le due arti debbano vivere in compartimenti stagni?

Al di là dello slittamento lessicale, credo che un poeta debba sempre cantare o far cantare i propri versi. È forse per questo che alcuni cantautori possono sembrare, all’orecchio meno attento, dei poeti più riusciti, più ispirati, dei poeti definitivi. Ti faccio un esempio: alcuni poeti organizzano delle serate durante le quali recitano (o dovrei dire semplicemente: leggono?) i propri componimenti. Il pubblico inizia a boccheggiare dopo la terza, la quarta poesia. Non sono tutti Vinicius de Moraes. Manca la performance, come quella di Omero quando cantava di guerre e di eroi.

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