L’editoria per ragazzi (che non conoscono i boschi): intervista a Manuela Salvi

Ho conosciuto Manuela Salvi, almeno su carta, in una delle mie numerose incursioni in libreria, a caccia di libri per bambini belli, originali e adatti a mio figlio (imperdibile è Nei panni di Zaff).
Manuela, classe 1975, è copy editor, traduttrice e autrice di numerosi libri per bambini e ragazzi (oltre ad avere un passato da clown, pirata e organizzatrice di caccie al tesoro). Ha pubblicato, tra gli altri, con Mondadori, LavieriOrecchio AcerboFatatrac. Cura il portale di informazione letterariawww.editoriaragazzi.com, tiene corsi di scrittura on line e presso la Bottega Finzioni di Carlo Lucarelli, e ha pubblicato per la Dino Audino i manuali Scrivere per ragazzi e Scrivendo s’impara.
L’abbiamo intervista appunto per parlare di editoria per ragazzi, di come sono cambiati i lettori e di come sia difficile scrivere e pubblicare un buon libro.
Manuela è simpatica e spigliata, ci siamo sentite al telefono, incastrando la conversazione tra i rumori di sottofondo. Nonostante questo il tempo è volato.

Partiamo dal principio. Tu come hai iniziato a scrivere libri per bambini, e cosa leggevi da bambina?

Bella domanda. Diciamo che da quando ho imparato a scrivere ho sempre scritto storie, quindi quello dall’hobby alla professione è stato un passaggio naturale. Il primo manoscritto l’ho inviato quando avevo tredici anni, alla Mursia, e ho ancora la lettera di risposta che mi mandarono, c’è scritto: «se sono rose fioriranno». Mandai questo romanzo di dodici pagine battute a macchina, io lo chiamavo romanzo, e quindi scrivo davvero da sempre. C’è stato un momento della mia vita in cui avevo provato a scrivere libri per adulti, ma poi sono tornata sui miei passi perché ho capito che per me, per come sono fatta io, l’area di espressione migliore è quella per i ragazzi.
Da bambina ero una lettrice vorace, ma abbastanza sovversiva, nel senso che non ho mai letto le fiabe classiche sulle principesse o i libri in cui le donne avevano un ruolo marginale… ho sempre preferito libri in cui c’erano personaggi femminili attivi, che quindi potessero essere anche d’ispirazione per me. Le mie letture erano mirate a questo, a cercare dei modelli che non fossero stereotipati. Per farti un esempio: all’epoca c’è stato anche il boom dei cartoni animati giapponesi e, mentre tutte le mie compagne seguivano Candy Candy e gli altri personaggi del genere, io seguivo Lady Oscar. Per me Lady Oscar è stata una rivelazione, e le mie letture andavano tutte in quel senso. E anche come scrittrice rifuggo dai modelli classici.

Ed esiste una scrittura per bambini in senso stretto? Qual è il limite tra la scrittura per l’infanzia e quella per adulti?

Questo è un argomento abbastanza dibattuto nel settore, perché c’è chi vede nella definizione libro per ragazzi una cosa diminutiva e chi addirittura suggerisce di eliminare qualsiasi definizione. Io penso che una differenza ci sia, e sta nel lettore non nel valore dell’opera. Lo scrittore nel momento in cui comunica qualcosa a qualcuno sa che quel qualcuno ha una determinata età, e quindi ne deve tenere conto, altrimenti la comunicazione si perde. La differenza è questa, poi dal punto di vista della qualità non credo ci sia differenza, anzi, c’è chi asserisce che nell’editoria per ragazzi ci sia molta più sperimentazione, più libertà, che in quella per adulti, diventata un po’ autoreferenziale.

Adesso è stata individuata una nuova fascia di lettori: gli young adults. C’è realmente il bisogno di proporre agli adolescenti un determinato tipo di libri che li dovrebbero traghettare, in un certo senso, verso le letture adulte?

Considera che la divisione in fasce d’età è relativa solo al mercato e non ha alcuna valenza letteraria o sociale… nel senso che il settore, per una questione di comodità, di marketing, ha deciso di suddividere i lettori in fasce d’età in modo che si possa trovare il libro adatto a ogni lettore, idealmente. Questi recinti non sono sempre positivi, perché magari a diciassette anni potrei godere benissimo della lettura di un albo illustrato per bambini. Io questi confini non li vedo così netti però il mercato ovviamente li utilizza. Ce n’è bisogno? Secondo me la risposta non è né sì né no, nel senso che da una parte la letteratura per gli young adults è utile perché tratta tematiche e problematiche proprie quell’età, e quindi il lettore si ritrova facilmente. Se invece questa letteratura diventa un modo per vezzeggiare i ragazzi, e quindi il discorso è «creo questa cosa per te, te la presento nel modo giusto, così non te la devi andare a cercare…», finiamo per impigrire i lettori, per abituarli a delle formule rassicuranti ma ripetitive. Quindi gli young adults hanno un valore e una funzione nel momento in cui non diventano delle gabbie, un mezzo di strumentalizzazione del lettore. E qui i lettori stessi dovrebbero diventare più consapevoli e affidarsi meno al mercato.

Ho un bambino piccolo, e rispetto a quando ero ragazzina mi sono resa conto che il mercato per ragazzi si è molto evoluto… ci sono molte più collane, case editrici. Tu quali differenze vedi nella letteratura contemporanea per ragazzi rispetto al passato? Prima facevi l’esempio di Lady Oscar, mi ricordo che vent’anni fa era impossibile trovare un libro per bambine che non parlasse di principesse, adesso mi pare che ci sia più scelta…

La mia opinione è che al momento stiamo vivendo un’epoca estremamente reazionaria. Tu vedi più case editrici, più libri, più novità… questo significa che il mercato si è ampliato ma non necessariamente evoluto e, sottolineo, soprattutto in Italia. Negli anni ’70 avevamo Rodari, Munari, la Pitzorno, tanti autori che hanno sfidato le convenzioni, che hanno creato dei testi molto all’avanguardia per l’epoca. Dagli anni ’80 in poi, è cominciata una contrazione nei temi, almeno in questo settore. È un processo legato al conformismo, anche a quello che si vede in televisione. Noi abbiamo una televisione molto conformista e tutti i media si sono adeguati a quel tipo di contenuto. In Italia, oggi, è molto difficile uscire dal mainstream, da quello che è socialmente accettabile. È un territorio pericoloso perché in nome della protezione dei bambini, si stanno facendo delle battaglie ideologiche che non c’entrano nulla con la protezione dell’infanzia ma c’entrano piuttosto con la visione conformista di argomenti come la sessualità, l’identità di genere, la morte… tutti quelli che gli adulti trovano scomodo trattare con i bambini. Nel nostro settore molti cercano di edulcorare, di evitare lo scontro. Per questo per gli autori italiani è molto più difficile scrivere qualcosa che sia davvero tematicamente originale, che esca fuori da certi binari. In realtà esistono alternative e libri diversi, solo che spesso sono di autori stranieri, se ci fai caso. Quindi sì, ci sono molte più pubblicazioni, ma questo non sempre significa anche un aumento della ricerca della qualità.

Quando mi capita di fare delle schede di lettura di libri per ragazzi mi capita spesso di leggere cose che si rifanno a un immaginario fiabesco… ha un senso proporre ancora un immaginario narrativo di questo tipo? Interessa ancora?

Qui bisogna fare una distinzione. La letteratura fantastica ha una sua valenza universale se utilizzata in un certo modo. Per esempio in Italia c’è un’autrice, Silvana De Mari, che scrive romanzi fantasy per ragazzi che hanno una forte valenza culturale e sociale. Attraverso l’elemento fantastico è possibile affrontare tutta una serie di temi, e questo facilita la comunicazione: io ti parlo della strega per parlarti del male, dell’orco per parlarti del diverso… non affronto direttamente il tema ma te lo passo attraverso queste metafore fantastiche, e questo va benissimo. Il problema, secondo me, è quando si va, tra virgolette, su quella che tutti chiamano la fiaba – non sono le fiabe classiche ma rimaneggiamenti contemporanei che strumentalizzano certe figure. Io sono estremamente contraria alla diffusione di immagini stereotipate come quella del principe, del castello, del cavallo ecc, che intanto si rifanno al Medioevo e che comunque comunicano immagini dei protagonisti molto piatte e conformiste.
Ti faccio un esempio: parlavo di Frozen, il cartone della Disney, con delle persone che mi dicevano che le bambine sono presissime da questo film. Io l’ho visto e ho pensato questo: se ad avere il potere del ghiaccio – che mi sembra una cosa da Fantastici Quattro – fosse stato il protagonista maschile, adesso sarebbe il supereroe, dovrebbe salvare l’umanità ecc… ma visto che il potere ce l’ha una ragazza, allora deve essere controllato, ridimensionato, nascosto, perché essere super per una principessa non va bene, in un certo senso. C’è una stortura narrativa in questi personaggi di principesse e principi contemporanei, e non ha nessun senso perché nessuno di noi vive in una favola. Sarebbe meglio dare degli strumenti più concreti per affrontare la realtà, senza nulla togliere alla fantasia, ma la fantasia non si può ridurre sempre ai soliti cliché. Sarebbe forse ora di inventare modelli nuovi.

Io pensavo anche alla tendenza a proporre un certo immaginario di passato idealizzato, che ricorda molto De Amicis… che non c’era cinquant’anni fa, figuriamoci ora…

Questo elemento nostalgico è molto forte. Io, lavorando anche come insegnante di scrittura creativa, mi confronto molto con gli esordienti e gli aspiranti scrittori. E quello che noto, e che mi fa molto ridere, è che anche persone giovani spesso quando scrivono per bambini usano l’elemento nostalgico. Mi capita di frequente di trovare quest’immagine dei nonni, che vivono in campagna, o addirittura nel piccolo villaggio di montagna, che hanno il camino e lì intorno raccontano le storie, non c’è internet, non c’è la tv… però le nonne di adesso magari lavorano, vanno dall’estetista, vanno a ballare ecc… ci sarà pure qualche nonna da camino, ma è evidente che è un modello meno diffuso, diciamo così. Lo stesso quando si usa l’immagine del bosco… ma chi l’ha mai visto ‘sto bosco? Quanti bambini ci sono stati o comunque lo vivono nella quotidianità? Faccio sempre l’esempio di Neil Gaiman: lui è un autore che mantiene tutta la struttura della fiaba classica e le stesse ambientazioni un po’ dark, però usando, al posto del bosco, la città, la metropolitana, ambientazioni contemporanee. Nell’albo I lupi nei muri l’atmosfera ricorda quella della fiaba classica, però i lupi stanno nei muri di casa, la minaccia è in casa, e questa cosa io la trovo molto attuale, rispetto al simbolismo del bosco. Quindi sì, è vero, c’è ancora quest’elemento nostalgico, che però non so quanto faccia presa sui ragazzi.

Rispetto a questo, hanno ancora un valore le fiabe classiche e i classici per ragazzi? Intendo proprio i Grimm, Andersen, Stevenson, Verne ecc. Sono cose che vengono lette ancora volentieri?

Guarda, gli insegnanti continuano a proporli. Nelle bibliografie per le vacanze i classici ci sono quasi sempre. Un classico ha un valore eterno, ma il discorso fondamentale è che questi libri sono troppo distanti da quella che è la cultura contemporanea. Quindi, a mio parere, andrebbero letti in un’età in cui si possano contestualizzare storicamente. L’isola del tesoroPiccole donne… non li proporrei a dei bambini che stanno iniziando a leggere perché è facile che diventino strumenti di allontanamento dalla lettura, più che di avvicinamento. L’anno scorso ho fatto un master sulla letteratura per ragazzi a Londra, e ci hanno ho dovuto rileggere dei classici tra cui Piccole donne e Ventimila leghe sotto i mari. Beh, il testo originale è veramente complesso per un bambino, e i rifacimenti secondo me non hanno senso. Se devi leggere Ventimila leghe sotto i mari devi leggere l’originale. E lo stesso vale per le fiabe della tradizione. Questi testi sono spaccati della loro epoca, un bambino non ha ancora l’esperienza necessaria per decodificarli.
Le nuove forme di comunicazione, poi, hanno creato un abisso tra i bambini di adesso e quelli di prima ed è proprio difficile far passare certe tematiche attraverso quelle storie. Io penso che la lettura debba essere un rapporto dialettico, un lettore deve potersi ritrovare nelle storie, soprattutto quando è piccolo. Stesso discorso per le fiabe classiche, che vanno benissimo, ma purché si leggano gli originali e non la rivisitazione della rivisitazione. NellaSirenetta di Andersen la sirenetta muore, il principe non la sposa, lei è muta e zoppa. Le fiabe originali affrontano i temi della paura, della delusione, della solitudine, mentre quelle rimaneggiate edulcorano molto le parti negative, a favore di un’immagine della vita idealizzata.

Ricordo che quando avevo diciassette-diciotto anni, e leggevo Harry Potter, ci fu tutta una polemica all’uscita del sesto libro, quello in cui muore Silente, perché molti genitori non volevano leggerlo ai figli…

C’è da considerare innanzitutto che gli autori e gli editori per bambini sono persone di grande scrupolosità e professionalità. Prima di pubblicare un libro vengono valutati tutti gli aspetti. Non c’è nessuno che ambisce a mettere sul mercato potenziali armi di distruzione psicologica di massa per bambini. Anche perché lo scopo dell’editore è quello di avvicinare i bambini alla lettura, non di allontanarli. Partendo da questo presupposto, io penso che il voler proteggere i bambini dalla realtà sia controproducente. Perché da cosa li si protegge? Dalla morte, dalla violenza, dal sesso… questi sono gli argomenti considerati controversi… in pratica stiamo dicendo ai bambini che questi aspetti della vita non devono essere esplorati, che non li riguarderanno mai. È vero? Ovviamente no. Su questi argomenti deve esserci un confronto, e la lettura è proprio lo strumento ideale per far avvicinare i bambini e i ragazzini a tematiche scomode senza che ne siano troppo toccati, perché stiamo parlando comunque di libri, cioè, di fiction. Se Silente muore, il bambino certamente ne rimane colpito, ma avrà il tempo di elaborare questa emozione e forse, quando si troverà davanti a dover affrontare una perdita, un lutto, l’incontro con la morte non sarà meno doloroso ma sarà affrontato con degli strumenti in più. C’è stata una protesta, in un liceo di Roma, contro il libro della Mazzucco Sei come sei, che parla di omosessualità… insomma, mi sembra assurdo che a quell’età, in un liceo, non si possa leggere di omosessualità perché la gente si scandalizza! Tanto più che sui media non la nascondono di certo. Ho già detto che noi viviamo in un periodo culturale fortemente reazionario, e lo sottolineo, perché c’è un’apparente libertà individuale sconfinata, ma c’è anche un fortissimo controllo sui contenuti.

Tu quali autori contemporanei consigli?

Be’, ce ne sono una marea, e dipende anche dalla fascia di età… comunque i miei preferiti sono Jerry Spinelli, Guus Kujier, David Almond, Marie-Aude Murail, Silvana De Mari, per citarne alcuni. C’è Patrick Ness che ha scritto Sette minuti dopo la mezzanotte, che secondo me è un capolavoro. Per gli albi illustrati consiglio Oliver Jeffers, uno tra i più originali; ma anche gli albi del nostro Munari, attuali nonostante l’età… poi c’è la scuola francese… insomma, se uno vuole esplorare questo mondo, il settore offre molte possibilità interessanti. Il problema è che la maggior parte dei genitori e degli insegnanti si rifugia in quello che il marketing propone, quindi se in libreria è esposta per prima Peppa Pig o Geronimo Stilton, la gente si orienterà su quello. Spesso si compra quello che si vede, non si va a cercare il libro che fa proprio per sé, o per il bambino per cui lo sto comprando.

Entrando nella pratica della scrittura, come nasce una tua storia?

Le mie storie nascono dall’esigenza personale di raccontare la diversità. Considera che io lavoro anche come traduttrice e copyeditor, quindi mi capita spessisimo di venire a contatto con libri, soprattutto americani, in cui ci sono il ragazzo popolare, il ragazzo sfigato e tutti quei cliché abbastanza interiorizzati anche dalla cultura italiana. La parola “popolare” per esempio da noi aveva tutt’altro significato. La mia esigenza quindi è quella di raccontare la diversità come qualcosa di bello. Di solito si affronta il tema partendo dal presupposto che chi è diverso è un po’ sfigato, ma poi alla fine gli altri lo accettano. Io quando scrivo ho bisogno di un personaggio che dimostri che la diversità porta un valore aggiunto, perché ovviamente ognuno di noi è diverso a modo proprio, nonostante la società ci spinga a desiderare di essere tutti uguali, di uniformarci a un modello comune. Se leggi i miei libri, anche quelli più leggeri, questo è il tema ricorrente.
Sull’età dei lettori sono abbastanza anomala, purché si tratti di un pubblico sotto i diciotto anni mi va bene. Ho scritto dagli albi, agli young adult, passando per tutto quello che c’è in mezzo. Devo dire che la fascia più difficile è quella degli albi illustrati… scrivere un bell’albo illustrato è veramente complesso, anche se uno non lo direbbe mai. La risposta cambia a seconda della fascia d’età perché ovviamente sono diversi i lettori, considera che lo scrittore per ragazzi incontra spesso il proprio pubblico e avere un pubblico di bambini è una cosa, averne uno di adolescenti ne è un’altra. I bambini sono più entusiasti, è difficile che un bambino ti tratti male… mentre gli adolescenti sono più tosti, ti guardano come per dire «Vabbè, sentiamo questa che cavolate dice…», quindi tu lo sai che partono prevenuti e devi cercare di avere un rapporto più paritario. Ogni fascia d’età ha la sua magia: è come ripercorrere ogni volta le tue età perdute, quindi quando scrivi un albo hai di nuovo sei anni, quando scrivi uno young adult hai di nuovo quindici anni. Forse per questo mi piace variare, ogni volta rivivo un’età.

Come organizzi il tuo lavoro?

Mi piace molto lavorare a progetto, cioè su chiamata di un editore.
In quel caso, di solito parto da una sinossi, quindi da una costruzione della trama abbastanza chiara, e poi se è un romanzo la divisione in capitoli, mentre se è un albo la divisione in paragrafi… uno schema visivo della struttura devo averlo, altrimenti mi perdo. Consiglio sempre agli esordienti di lavorare molto sulla sinossi perché se hai chiara la trama tutto il resto viene di conseguenza, ma se la trama non è chiara arenarsi a metà è facile, soprattutto per chi non è un professionista.
Per esempio, con altri sette autori sono stata coinvolta in un progetto promosso dal Conad, in cui ognuno di noi ha dovuto tirar fuori un romanzo dal racconto scritto da una classe di scuola media o elementari. Abbiamo avuto un mese e mezzo di tempo, senza possibilità di ritardi, e una cosa del genere non richiede solo creatività ma anche una grande organizzazione e una capacità di progettazione meticolosa.
Sto affrontando adesso per la prima volta un romanzo di cui ho in testa la trama ma che non ho messo su carta e di cui non ho fatto la divisione in capitoli. Voglio sperimentare un viaggio senza rotte prestabilite ma mi accorgo già da adesso che è molto, molto più difficile che progettare prima ogni passaggio. Di idee ne ho tante, le annoto sempre tutte su un taccuino – sì, per certe cose preferisco carta e penna, anche se il mio cellulare ha la pennina per le note in digitale – ma decidere su quale investire del tempo non è facile. Ovviamente dedico anche molto tempo alla lettura, grazie al master ho potuto approfondire anche la parte accademica, e devo dire che studiare dà una consapevolezza molto diversa rispetto a ciò che si scrive o che si è scritto.

Tu come sei arriva a pubblicare?

Come ti dicevo scrivo da quando ero bambina, ma ho pubblicato che avevo trent’anni, quindi molto tempo dopo. Il mio primo albo illustrato, Nei panni di Zaff, introduce a bambini molto piccoli il concetto di gender e anche quello di omosessualità, ma in modo molto divertente e ironico. Feci il progetto con l’illustratrice e lo mandai alla Fatatrac che aveva pubblicato Piselli e farfalline della Facchini, quindi sapevo che sul tema sessualità non erano chiusi, anzi, Piselli e farfalline è molto esplicito. Consiglio sempre agli esordienti di scegliere bene l’editore a cui inviare il proprio manoscritto, deve essere quello giusto. Comunque funzionò, perché dopo una settimana mi chiamarono e pubblicai, fu facile, ma solo perché avevo individuato l’argomento giusto per quel momento storico e l’editore che poteva essere disponibile a rischiarci su.
Invece la prima cosa che ho fatto quando ho deciso di scrivere da professionista è stata quella di iscrivermi a un corso di redazione, perché ho pensato «bè, se devo presentarmi agli editori, la cosa più intelligente da fare è capire come ragionano». Una delle prime lezioni fu di un editor che parlava di come gestire la “rottura di balle” degli aspiranti scrittori che inviano qualsiasi cosa in redazione spesso senza assicurarsi che sia quella giusta per loro. Per cui io, da aspirante autrice in incognito, prendevo appunti su tutte le cose che non dovevo fare. Dopo il corso di redazione, iniziai a collaborare con la Mondadori come copy editor – visto che avevo fatto il corso di redazione, avevo inviato il mio CV in giro, e paradossalmente mi chiamarono. Lì cominciai a lavorare come copyeditor per la collana “Le ragazzine” e l’editor mi chiese cosa ne pensassi, io le dissi la mia opinione e dissi anche che mi sarebbe piaciuto scrivere qualcosa e lei fece: «Sì, fai pure, presentami qualcosa per settembre». Era luglio e io scrissi il primo romanzo in due mesi, andò bene e da lì ho continuato a scrivere per loro… ho fatto un po’ il cavallo di Troia, sono entrata come collaboratrice esterna e piano piano, capendo il meccanismo, mi sono proposta.

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