L’editor e l’innovazione: intervista a Alice Di Stefano

Ho iniziato a sentir parlare della Fazi anni fa, quando gli scaffali delle librerie erano colonizzati in massa dalla foto di Melissa P. che si pettinava i capelli allo specchio. Il libro ovviamente era 100 colpi di spazzola, e da allora la Fazi è ricomparsa nelle mie letture di tanto in tanto con libri sempre diversissimi: una volta con A ovest di Roma di John Fante, un’altra con Qui è proibito parlare di Boris Pahor, un’altra con Giordano Bruno di Bertrand Levergeois.
Per capire come si può tenere in piedi una collana, soprattutto una collana dentro la Fazi, ho deciso di parlare con Alice Di Stefano, editor delle Meraviglie.
La sede della Fazi è vicino a Villa Borghese, in un palazzo tranquillo con le stanze dai soffitti alti. Alice Di Stefano è garbatissima, e questo è quello che ci siamo dette in un’oretta di conversazione, mentre ogni tanto Elido Fazi si affacciava dal corridoio.

Tu hai iniziato insegnando letteratura contemporanea all’università, poi hai cominciato a lavorare direttamente per Fazi…

Prima avevo già lavorato un po’ per la Rizzoli, da casa. E anche per riviste di italianistica, come segretaria di redazione… Qualcosa di editoriale avevo fatto prima, però poco, era un mondo lontano, per me.

E nel 2008, se non sbaglio, hai iniziato a collaborare con la Fazi. Hai iniziato subito occupandoti dei testi di una specifica collana o lavoravi su più cose?

All’inizio lavoravo da casa. Elido mi faceva fare un po’ di prove per vedere se fosse il caso di portarmi dentro… quindi facevo editing per collane diverse, quelle storiche della Fazi, sempre però su testi di autori italiani. Tra le collane allora c’era anche Lain, quella per giovani, di Twilight… ecco, di quella non mi intendevo tantissimo. Mi occupavo più dei libri letterari, di quelli che ora sono nelle Strade, e di quelli che andavano nelle Vele, che erano testi un pochino più frizzanti.

Parlando di università ed editoria, cosa hai portato di utile dall’università? Come ci si costruisce un’abilità editoriale dentro l’università?

Veramente non lo so, perché io ho fatto Lettere, e lì non c’è nessuna nozione di marketing che invece è importantissima quando lavori in editoria. Anche i corsi di laurea dedicati e i corsi di specializzazione, nati durante gli anni, sono in realtà lontanissimi da quella che è la pratica editoriale. L’università non c’entra nulla con quello che è l’editoria da un punto di vista quotidiano.
Io ad esempio pensavo di aver acquisito competenze tali da poter individuare un libro bello, letterario, giusto da pubblicare ma non è vero, non è proprio così. Anche se tu capisci che un testo è valido letterariamente magari poi non vende, o non è adatto alla pubblicazione. L’unica cosa è che, studiando Lettere, magari te la cavi meglio con la scrittura rispetto a chi non ha intrapreso studi umanistici, ma poi anche questo non è detto.

E quindi l’altra domanda è legittima, serve studiare lettere per essere un bravo editor?

Secondo me, dopo tanti anni che lavoro qui, no. Pensavo di sì, ma invece no. Ci sono bravissimi editor che hanno fatto studi diversi, perché alla fine il lavoro dell’editor è un lavoro basato sull’intuito, sull’esperienza e anche molto pratico. La maggioranza degli editor ha studiato Lettere o Filosofia, è vero, ma nella preparazione universitaria ormai andrebbero inseriti anche insegnamenti come marketing, economia, comunicazione, necessari per capire le dinamiche che muovono questo settore e importanti quanto qualità innate come la curiosità, il gusto personale o la coerenza rispetto a determinate scelte.

Non anche insegnamenti di scrittura, di lavoro sul testo scritto?

Magari. Ma quello non si farà mai. Io ho sostenuto davvero tanti esami ma non ho mai scritto neanche una paginetta. Solo per il dottorato ho studiato analisi del testo, ma dopo. Quello ci vorrebbe. Anche se l’editor scrive poco, e soprattutto testi di contorno.

È vero, ma non si dovrebbe avere un’idea anche della tecnicità della scrittura, del perché un testo si costruisce meglio in un modo piuttosto che in un altro?

Certo. Le competenze ci vogliono… anche se non è detto che l’editor debba per forza essere così cosciente dei meccanismi che regolano la scrittura. Ci sono testi scritti benissimo, con una grande commerciabilità che però non seguono assolutamente i canoni trasmessi a scuola o proposti nei corsi di scrittura creativa. Per me, il lavoro dell’editor è fatto soprattutto di sensibilità, cura del dettaglio e scambi di idee con l’autore. In ogni caso, bisogna sempre distinguere tra editing, micro-editing e lavoro di redazione (che perfeziona e completa il lavoro dell’editor). L’editoria invece è o dovrebbe essere innovazione coltivando la letteratura come avanguardia, qualunque essa sia.

100 colpi di spazzola prima di andare a dormire era scritto in terza persona, e poi è diventato un diario anche su consiglio di Simone Caltabellota, questo mi sembra l’esempio di un intervento sulla forma narrativa che ha dato molta forza al testo…

Questo senz’altro, e mi pare che poi quello in terza persona sia stato anche pubblicato, e sì, era molto meno forte. Quello di Caltabellota comunque fu solo un consiglio perché il romanzo lo ha scritto Melissa. Ma io non c’ero in quegli anni, e queste cose le ho sentite anch’io dopo.

Parliamo proprio di direzione editoriale. Tu adesso ti occupi di una collana che si chiama Le Meraviglie, e che ha un taglio umoristico. Allora… come è nata, perché, cosa hai deciso di metterci dentro?

Io già prima, insieme ad altre persone, mi occupavo della narrativa italiana. Ma, nelle decisioni ultime, entrava sempre Elido. Ero già fidanzata con lui e spesso ci beccavamo, proprio perché io venivo dall’università e avevo una mia idea, allora più di adesso, della letteratura… un’idea alta, con tutti i pregiudizi del caso. Spesso ci scontravamo sulle scelte, ma vinceva sempre lui, perché era l’editore. Così a un certo punto, in un anno particolarmente infelice, secondo me, per le scelte che erano state fatte, gli ho chiesto di poter avere uno spazio tutto mio, anche piccolo, dove poter decidere con maggiore libertà sui libri da far uscire. Queste Meraviglie, specialmente all’inizio, erano un contenitore più che una collana. Perché c’erano libri di varia, guide per trasferirsi all’estero, e poi una linea di fiction dedicata espressamente alla narrativa umoristica. Adesso invece Le Meraviglie coincidono proprio con quella linea, umoristica in senso lato perché all’interno ci sono libri diversissimi: c’è la commedia all’italiana, con Alessio Mussinelli, c’è Muzzopappa, che coltiva un genere di scrittura più anglosassone, c’è Francesco Mari che ha scelto di parodiare certa letteratura su Napoli e i suoi esiti post-Gomorra… e soprattutto ci sono le donne. Insomma tante declinazioni per uno stesso concetto di narrativa, godibile e leggera ma non priva di spessore. Questa è la narrativa che mi piace e che vorrei coltivare nelle sue diverse sfaccettature… anche allargando il campo e toccando magari altri ambiti. Adesso ad esempio ho per le mani un testo dove c’è un personaggio che vola, una cosa alla Calvino, molto lieve.

Ma tu, concretamente, dove li trovi questi autori?

A me arrivano valanghe di manoscritti al giorno, ho dei lettori che mi aiutano a smistare, e quando mi arrivano delle schede positive leggo. Poi Le Meraviglie ha un blog collegato, molto visitato, e lì ogni tanto mettiamo qualche annuncio e chiediamo di mandarci dei testi, e in quel caso ci seppelliscono.

Quindi fai scouting tra gli esordienti?

Sì, perché la collana è nata soprattutto per dare spazio agli italiani esordienti, anche se poi vi abbiamo incluso anche autori stranieri, classici, recuperi dal catalogo… e ora la collana è più ampia. Io non mi occupo solo della collana ma degli italiani in generale, quindi leggo di tutto. Lo scouting dei testi umoristici però è più facile perché se il libro non fa ridere, almeno me, lo posso scartare tranquillamente e passare ad altro.

La Fazi ha un percorso editoriale molto vario e anche controverso, almeno tra gli addetti ai lavori. Ha iniziato proponendo una letteratura molto alta, Orazio e Keats, con una veste grafica molto diversa. Poi sono nate delle collane che hanno ampliato il catalogo con testi diversissimi. Ecco, c’è la Lain, con Stephenie Meyer ma anche Campo dei Fiori sulla filosofia…

Sì, perché Elido ha sempre voluto puntare a un modello che è più quello della Mondadori… per cui la sua idea è quella di una casa editrice a tutto tondo, che faccia convivere la narrativa commerciale con quella più ricercata…

E si riesce a mantenere una coerenza in questo?

Il fatto è che da fuori una persona magari si focalizza su alcuni titoli e non su altri. Per cui mentre usciva Twilight e continuava la serie c’è stata una produzione parallela nelle Strade di libri altissimi che in quel momento, sui media, è stata coperta dal successo di Twilight. Ora ad esempio c’è Stoner, che è diventato un vero e proprio libro di culto e un caso editoriale a livello internazionale, ma ugualmente facciamo uscire libri di varia, guide turistiche, saggi… il problema è che la Fazi ha sempre fatto tutto in parallelo quindi affiancando spesso libri di grande successo a libri più letterari o con una diffusione per forza di cose ridotta. Per dirne una, quando Elido anni fa ha scelto la StroutAmy e Isabellefu un libro da pochissime copie, una cosa di nicchia, poi lei ha vinto il Pulitzer e i libri si sono venduti.

Avendo questa flessibilità di diverse collane si riesce a sostenere meglio la crisi del mercato?

Secondo me la Fazi regge bene proprio perché ha questo ventaglio ampio. Altre case editrici che magari hanno un catalogo più coerente, visto da fuori almeno, alla fine restano più di nicchia, quindi se quella nicchia inizia a calare è chiaro che ne deriva un problema di assestamento. Se tu vedi, al di là delle classifiche, ti accorgi che i nostri titoli, essendo così diversi, vendono sempre. Se non vende uno vende l’altro.

La Fazi è stata per un brevissimo periodo acquistata in parte da Gems, che aveva preso il 35% di quota mi pare, e poi ve la siete ripresa… perché?

Elido è nell’animo un editore indipendente. Vendendo il 35% voleva mettersi al riparo da quegli scossoni che si creano dopo gli enormi successi. La Meyer aveva stravenduto e in questi casi quando si cala c’è sempre un momento difficile per cui aveva deciso di vendere una quota. Ma voleva anche avere un rapporto di scambio con Gems, che non c’è stato, e allora, anche se era un momento di crisi, Elido ha deciso di ricomprarsi le quote. Ci ha speso di suo e si è ripreso la casa editrice, perché voleva lasciare la sua impronta, voleva che il carattere della Fazi rimanesse tale, e non si diluisse nei marchi Gems.

Tu hai scritto un libro, Publisher, che era nella mia lista da tanto tempo. Io credo nelle prime pagine e già l’incipit mi è piaciuto, l’ho trovato spiritoso… c’è questa bella atmosfera da club vacanziero un po’ anni ’80. E poi c’è tutta la storia della casa editrice, ricostruita attraverso flashback, in maniera un po’ ironica…
Ma ancora prima di avere il libro tra le mani mi sono arrivate le critiche… perché scrivere una biografia romanzata di tuo marito? E perché pubblicarla con la vostra casa editrice? Ne ho lette tante di critiche così… si è parlato di autoreferenzialità, tu che ne pensi?

Noi addirittura volevamo mettere “Alice Fazi” come autrice, così sarebbe stata la storia di Fazi raccontata da Fazi. Si poteva anche giocare a calcare di più. Semplicemente io ho preso la storia di Elido e ci ho costruito sopra… diciamo un romanzo… che è una storia d’amore. E non è un testo celebrativo, perché scrivo che lui è uno stronzo ecc… gliene dico di tutti i colori, quindi è chiaramente un gioco, e non vedo grave l’operazione che è stata fatta, perché è stato tutto trasparente. Ho lasciato i nomi veri non tanto per poter parlare di Elido, la cui storia è anche interessante, ma per poter lasciare i nomi degli autori che mi interessavano di più, e quelle sono storie autentiche, c’è un capitolo tutto delicato a Valentino Zeichen per esempio … e un altro a Gore Vidal. Non la ritenevamo un’operazione troppo autoreferenziale, è una cosa certo particolare ma non autocelebrativa, e secondo me l’autoreferenzialità è negativa quando è anche celebrativa. Alcuni dicono che a forza di demolirlo lo faccio diventare un personaggio, ma un po’ lo è. Nell’ambito di un mondo editoriale così piccolo e chiuso in vent’anni ha fatto quello che gli altri non hanno fatto, ha fondato una casa editrice a sua immagine e somiglianza, ha indovinato due giga-seller… prima Melissa, poi la Meyer… e poi la Fazi riesce sempre a tirare fuori il caso editoriale, l’autore di cui tutti si erano dimenticati, riesce sempre a far parlare di sé. È una storia italiana, è la storia di un uomo, di un imprenditore. Però io, potendola raccontare dall’interno, avendo questo punto di vista privilegiato, ho potuto anche giocare sbeffeggiando il protagonista del libro. Una cosa strana in effetti, secondo me originale che è stata presa male dagli addetti ai lavori ma bene dal pubblico. Elido Fazi, intendiamoci, non è Vasco Rossi, questa è solo la storia di un uomo, che poi ci sia il suo nome o meno importa poco perché ci ho inserito anche la storia d’amore che non è proprio cronaca.

Dov’è qui il confine tra il biografico è la fiction?

Beh, questo lo so solo io. Ho immaginato che un lettore “x”, che non lavori nell’editoria, possa leggere il libro e divertirsi a prescindere dal nome dei personaggi, perché è una storia matrimoniale, di coppia… con tutti i litigi e le situazioni, tipiche e meno tipiche, che ogni persona conosce. Al di là dei nomi, al di là del fatto che la storia sia anche quella di un editore e di una casa editrice, è una storia, ce ne sono tante.

La Fazi ha pubblicato anche un paio di libri di tua madre, che ha esordito tardi, a più di settant’anni. Questa per me è una cosa interessante, amo gli esordi tardivi, perché adesso c’è una corsa all’esordio. Cosa è importante, secondo te, per esordire? Tu scegli dei testi per la tua collana, e scegli prevalentemente degli esordienti…

Sì, però è un azzardo, perché un po’ di anni fa gli esordi erano sempre attesi, anche dalla critica. Adesso è più difficile lanciare un autore, perché il mercato si è ristretto e le persone comprano gli autori che conoscono, quindi c’è un ritorno al catalogo o a nomi riconoscibili. Ora è più difficile. Nel 2009 quando mia madre ha esordito c’era un numero di esordienti notevole che veniva monitorato, e poi alcuni di quegli esordi hanno avuto successo. Tra cui mia madre, che però aveva questa particolarità di avere già settantatré anni, e mi ricordo che fu una cosa piuttosto nuova, in più si trattava di un libro molto letterario che è piaciuto e che ha avuto successo. In tutto questo, tu dirai, mia madre ha pubblicato con Fazi, io ho pubblicato con Fazi, Thomas (il figlio di Elido) pubblica con Fazi… quindi… speriamo che anche gli altri figli pubblichino con noi! A parte gli scherzi, c’è proprio l’idea di una casa editrice di tipo familiare, aperta, senza pregiudizi, con la possibilità per tutti ma proprio tutti di esprimersi creativamente. In fondo, agiamo in trasparenza, e poi i soldi ce li mette Elido, quindi se le cose vanno male, ci rimette lui e nessun altro…

E adesso nelle Meraviglie cosa ci sarà?

Io vorrei aprire a nuove modalità narrative come questo libro con i personaggi fantastici, che però forse verrà messo nelle Strade. Una scrittura che non sia solo umoristica o umoristica in senso stretto… per una narrazione leggera, non per forza comica. Storie nuove, fresche, originali scritte con garbo, ritmo e buon gusto.

Al di là del singolo testo tu cosa cerchi in un autore? Che tipo di voce? Che tipo di scrittura?

Mi piace che i libri siano scritti bene, questo mi è rimasto dall’università. E quindi che siano sperimentali o meno, più accessibili o meno, non importa. Importa che siano scritti bene. Questa sembra una sciocchezza, ma non lo è… per esempio io, come editor, detesto i libri che vanno riscritti o che hanno bisogno di un editing pesante. Perché allora che senso ha pubblicarli? Poi se sento che la storia ha una sua originalità, anche se la trama non è costruita perfettamente, per me va bene. L’autore deve emergere con il suo stile, le sue particolarità e il suo modo di guardare al mondo.

Quale autore di un’altra casa editrice avresti voluto pubblicare tu?

Ah, bella questa… Fabio Bartolomei, di e/o. È un autore umoristico ma anche tout court, perché è delicato, poetico, e ha una scrittura bellissima. Ma ce ne sono tanti altri… specie negli ultimi tempi, magari autori di nicchia che a me piacciono molto. Perché adesso l’editoria è più curata da un certo punto di vista, fino a un po’ di tempo fa c’era l’ossessione per la trama, per i libri di genere anche se non scritti benissimo. Ora invece - e per fortuna – c’è un ritorno alla letteratura di qualità.

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