La dura vita del traduttore editoriale: intervista a Denise Silvestri

Ho iniziato a seguire il lavoro di Denise Silvestri leggendo il suoblog pieno di interessanti osservazioni sulla vita (dura, bella e avventurosa) del traduttore e sui diritti (pochissimi) di chi lavora nell’editoria.
Denise dal 2004 traduce dal russo e dall’inglese, ed è anche revisora e redattrice. Ha tradotto opere di Vladimir Sorokin, Elena Čižova, Il’ja Stogoff, George R.R. Martin, Candace Robb, e revisionato autori come Vasilij Aksënov, Anna Politkovskaja, William T. Vollmann, Yasmina Khadra, Louis de Bernières.
Si è occupata di un’infinità di bozze e di numerosi progetti editoriali per le maggiori case editrici italiane.
Sempre meno redattrice, sempre più traduttrice, ora è alle prese con la traduzione di un gioiellino di Fazil’ Iskander, un’altra meraviglia di Martin e la ritraduzione di un classico di Aleksandr Solženicyn.
Abbiamo approfittato della sua grande esperienza per parlare di traduzione, formazione, diritti. Tutte ottime dritte per affilare i ferri del mestiere.

Tu traduci sia dal russo che dall’inglese. Oltre a questo riesci anche a proporre tuoi testi? Fai lavoro di scouting?

L’ho fatto inizialmente. Io vivo di questo mestiere, mentre ci sono colleghi che lo fanno parallelamente ad altre attività, professori universitari ecc. Hanno un’entrata fissa e poi si dedicano alla traduzione come approfondimento. Queste persone possono farlo… il tempo che io dedicherei alla lettura e alla ricerca non mi permetterebbe di tradurre, essendo lavoro quasi sempre gratuito, così dopo gli inizi ho lasciato perdere lo scouting. Anche se spesso e volentieri viene consigliato come primo approccio: chi non ha esperienza e non ha un curriculum lo fa per proporsi alle case editrici. Nel mio caso è stato diverso, io ho iniziato a lavorare come redattrice, poi siccome avevo una propensione per la revisione mi hanno detto «ma perché non traduci direttamente, che fai prima?». Spesso e volentieri mi capitavano cose che andavano completamente rigirate e riadattate. Quindi, non sono stata spinta dal “sacro fuoco della traduzione”, come invece accade a molti aspiranti traduttori. Io in realtà avrei voluto fare la redattrice, ma alla fine è stata la traduzione che mi ha "salvata" in questo periodo anche negativo, perché mentre molti sono stati obbligati ad aprire la partita iva anche se non volevano, io ho potuto dire «no» grazie a quest’altra attività. La traduzione viene pagata in regime di diritto d’autore e ti permette di non aprire la partita iva.

Riguardo la formazione, tu sai che all’editoria si arriva attraverso percorsi diversi, non c’è una strada standard. Però, in base alla tua esperienza, quale potrebbe essere una buona formazione per un traduttore? Adesso è tutto un fiorire di corsi di editoria…

Be’, non posso dire che non ce ne siano di buoni perché io stessa ne ho fatti. Però, ovviamente, quando uno deve scegliere lo deve fare anche in base alle prospettive che possono dare in futuro. Se un corso di traduzione ti propone già la possibilità di lavorare su una pubblicazione può essere un buon corso, ovviamente se si parla di case editrici di una certa qualità. Non so se tu conosci un caso molto discusso in questi anni… c’è una piccola casa editrice che usa questo meccanismo, ti dicono «va bene, facciamo il corso e cominci già a tradurre un titolo, fai curriculum ecc»… peccato che in quel corso sia solo di tipo tre-quattro ore, e poi lavori su un titolo che non uscirà mai, con compensi che non esistono. Con internet c’è la possibilità di controllare bene, di verificare se un corso è più o meno serio, se ti dà prospettive serie o no.
Quindi non posso parlare male dei corsi di traduzione, perché servono. Forse servono più quando tu hai già un’infarinatura generale, hai già un paio di titoli, e non tanto per inserirsi, ad eccezione di tre o quattro corsi.
Ovviamente quando si traduce bisogna conoscere bene la lingua di partenza ma anche molto bene l’italiano, quindi leggere molto e cercare di essere curiosi riguardo alla lingua di arrivo e non soltanto a quella di partenza. Ci sono persone che vivono all’estero anni e anni ma poi non hanno quella propensione verso la traduzione letteraria, perché davanti al testo, tra cinquanta possibilità che ci sono, non riescono a trovare la scelta giusta per avvicinarsi all’autore. Questo lo fai se hai esperienza e quel “guizzo in più” – così lo chiamiamo tra colleghi – che ti porta a fare le scelte giuste. Poi una parte di te entra lo stesso, per quanto cerchi di essere invisibile, e lo vedi nei classici dove ci sono traduzioni tutte diverse.

Parlando molto concretamente, quando ti arriva un testo da tradurre tu cosa fai? Come organizzi il lavoro?

Ci sono metodologie di lavoro molto diverse. Ci sono colleghi, ad esempio, che leggono tutto il testo dall’inizio alla fine e poi dopo attaccano a tradurre; io non sono di questa scuola. Io prendo il testo e comincio a tradurre: magari vado leggermente avanti nella lettura di una pagina ma non mi tolgo il gusto della scoperta man mano che sto traducendo. Questo se da un lato ti porta a gustarti di più il lavoro della traduzione, almeno dal mio punto di vista, dall’altro comporta un rallentamento nella consegna dei pezzi. Magari alla fine scopri una determinata cosa che ti fa tornare indietro e cambiare completamente delle scelte linguistiche e sei hai già consegnato un pezzo è un guaio. Comunque, prendo il testo in inglese, o in russo, lo butto in word, e dallo schermo procedo a tradurre piano piano. La prima forma è nel mio caso abbastanza grezza; poi in corso di autorevisione, snellisco e sistemo in una forma che sia più italiano e meno “traduttese”.

La traduzione, come tu dicevi giustamente, è un lavoro d’autore. Ci sono però, secondo te, delle cattive traduzioni che ci portiamo dietro? Adesso nessuno tradurrebbe più così Il giovane Holden, ma nonostante questo per cinquant’anni nessuno ci ha messo mano, fino ad ora con la nuova traduzione di Colombo.

Gli autori, per quanto possano essere universali, passando attraverso una traduzione passano attraverso una persona che vive in un determinato periodo storico: anche se stai traducendo qualcosa dall’Ottocento e cerchi di recuperare il linguaggio dell’Ottocento sei sempre influenzato dal tuo periodo. Sì, sicuramente questo porta anche alla necessità di ritradurre i classici. Le cattive traduzioni, secondo me, sono tali nel momento in cui la traduzione viene fatta male. Punto. E quindi se ci sono degli errori seri, se non scorre... Un tempo questi errori erano più frequenti, anche perché non avevano i nostri mezzi, non riuscivano a fare ricerche veloci. Nelle traduzioni della Pivano, per esempio, ci sono diversi errori. Ci sono polemiche su questa cosa perché nonostante lei sia stata probabilmente la figura di traduttrice più importante d’Italia di errori ne commetteva; poi il lavoro importantissimo di scouting che ha fatto, sia chiaro, non lo nega nessuno. Per farti un altro esempio, un tempo i russi si traducevano dal francese perché non c’erano le conoscenze linguistiche appropriate, quindi si passava da una terza lingua e puoi immaginarti gli errori che si commettevano. Ma anche in tempi più moderni: l’Unione Sovietica si conosceva poco, quindi quello che arrivava veniva tradotto con alcuni errori. Ci sono poi le traduzioni autoriali, che sono quelle meno aderenti al testo, perché spesso il traduttore-autore ci mette molto di sé.

Tu traduci sia dal russo che dall’inglese, ci sono delle differenze nel modo di lavorare, delle problematiche specifiche di una lingua piuttosto che di un’altra?

La mia testa, nel momento in cui mi metto a tradurre dall’inglese invece che dal russo, deve proprio settarsi in modo diverso, perché sono due lingue con strutture completamente diverse. Poi dipende anche da che tipo di autore hai, ci sono autori da mettersi le mani nei capelli. Ultimamente ho lavorato su Sorokin che è di una pulizia straordinaria a livello di struttura, però poi magari ti blocchi sulla scelta di alcune parole perché è pieno di neologismi. L’inglese per quanto possa essere complesso non sarà mai complesso quanto il russo. Noi siamo molto più abituati alle strutture dell’inglese, quindi diventano molto più naturali. Il russo, essendo completamente diverso, a volte ti permette di spaziare molto di più con la scelta autoriale, anche perché avendo delle strutture grammaticali che non coincidono per niente con le nostre devi creare tu qualcosa che sia simile. Per farti un esempio il russo spesso costruisce frasi anche molto semplici con una struttura impersonale: non c’è un soggetto grammaticale, quindi poi sei tu che devi ritrovare il soggetto logico.

Tu che ti occupi di russistica come vedi il panorama letterario? I russi si traducono, si vendono? Cosa c’è di nuovo e di interessante?

La letteratura contemporanea da dopo la fine dell’Unione Sovietica ha avuto un momento di sfogo. Tutto quello che non si poteva dire prima è stato detto in modo molto forte: prima non si poteva parlare di sesso, così all’improvviso i russi hanno iniziato a infilare il sesso ovunque in modo esasperato, e il lettore russo lo voleva. La stessa identica cosa nel periodo dei “nuovi russi”, si parlava di lusso, di cose sconosciute. Ma i successi editoriali russi non potevano essere portati qui, perché per noi queste cose erano assolutamente sorpassate. Trovarsi un testo infarcito di sesso era una cosa gratuita e anche fastidiosa, come anche leggere storie di ricchi esagerati. A noi fondamentalmente non ce ne importava niente. Ora invece ci si concentra ad analizzare il passato, c’è un tornare indietro per trovare le motivazioni per cui la loro società è diventata così: comprendere i mali della monarchia, dell’Unione Sovietica, la propensione del popolo russo a fare determinate certe scelte politiche, ancora oggi. Di conseguenza adesso la letteratura è molto più interessante. Ci sono molti autori interessanti, molti li ha pubblicati Voland, altri Atmosphere Libri, e qua e là anche altri editori. A me è capitato di recente Sorokin, uscito in patria nel 2006, che aveva già vinto diversi premi… per arrivare alla nostra attenzione ci vuole sempre qualcosa in più. Questo perché la maggior parte degli editori non sa leggere in russo quindi si deve affidare sempre a terze persone, e poi perché la letteratura russa è difficile da leggere, la stessa traslitterazione interrompe un po’ la lettura, le tematiche sono più particolari. Secondo me è arrivato il momento di dargli più possibilità perché adesso si può scegliere tra diverse opere interessanti.

Ci sono delle differenze che riscontri nel tradurre un classico piuttosto che un contemporaneo?

I classici tendenzialmente non li traduco, perché secondo me ci vuole proprio una propensione e una serie di conoscenze ben precise. Per i russi arrivo fino all’Unione Sovietica perché è un periodo che conosco bene, proprio a livello di cultura generale. Questa è una cosa che aiuta molto quando stai traducendo, per non prendere granchi. Ho molto rispetto per chi si avventura a ritradurre i classici, anche se non mi pare che adesso ci siano case editrici che stiano ritraducendo. Ho curato la revisione della traduzione, che era degli anni ’60, del Biglietto stellato di Aksenov, e l’ho risistemata tutta proprio nell’ottica di chi conosce adesso cose che il traduttore contemporaneo non poteva sapere, quindi abbiamo corretto il correggibile e chiesto a Gian Piero Piretto di scrivere una bella introduzione. Quando lavori sui contemporanei possono sfuggirti un sacco di particolari, perché non sei lì e non sei un russo…

Questa è una domanda difficile ma… cose si sopravvive di questo lavoro? Anzi, si può sopravvivere di questo lavoro?

Guarda, se in qualcuna delle tue interviste lo scopri girami la risposta. Intanto, come dicevo all’inizio, sono più avvantaggiati quelli che fanno il doppio lavoro, che hanno un’entrata fissa e poi si possono dedicare alla traduzione. In questi anni, però, i traduttori si stanno adoperando per fare in modo che le tariffe siano più decenti, in modo che non sia così difficile vivere di questa professione. Perché in realtà tu vendi i diritti di traduzione con un semplice contratto e poi per vent’anni, in base a quello che c’è segnato sul contratto stesso, tu non hai più voce in capitolo, non hai percentuali, non hai nulla di nulla. Mentre si sa di traduttori di altre zone d’Europa che traducendo, per esempio, un grande successo editoriale, avendo anche una minima percentuale sulle vendite si sono comprati casa… capisci, una differenza enorme. Tenendo anche presente che non si può chiedere il rischio d’impresa al traduttore, proponendogli soltanto le percentuali, perché non è una scelta del traduttore pubblicare una certa cosa, spingerla, non spingerla. La condizione ideale sarebbe un’altra tariffa, perché negli altri paesi europei è il doppio rispetto alla nostra, e in più una piccola percentuale sulle vendite. Le tariffe sono bassissime, parlando di traduttori di media importanza sono tra i 12 e 16 euro a cartella per le lingue più diffuse, con picchi su cifre più alte e picchi su cifre più basse, anche se non si dovrebbe andare sotto. I novelli accettano spesso cifre inferiori o per ignoranza o perché spinti da quelle case editrici cui interessa più il conto economico della qualità. E arrivano addirittura a dire: «Ma lo farei anche gratis»… no, per favore non farlo anche gratis, fallo secondo le tariffe del mestiere. Io non sono mai scesa sotto una certa tariffa neanche agli inizi, e non ho mai tradotto gratis, anche perché se ti vendi in un certo modo poi continuerai a venderti in quel modo. Diranno: «Se lui è disposto a tradurre a quella cifra continuiamo a farlo lavorare così». Poi ovviamente ti scontri con la legge della domanda e dell’offerta, che qua è difficile, e dalle scelte che fai tu.

Ci sarebbe la necessità di avere dei sindacati, o un tariffario…

Be’, per i traduttori ora c’è Strade, che sta facendo moltissimo per risolvere i problemi di cui parlavo prima, e molti altri, come l’assenza di un’assistenza sanitaria per la nostra categoria (il sindacato ti propone un’assicurazione agevolata)… e per tenere uniti i colleghi. Per le tariffe, poi, l’ideale sarebbe avere un tariffario. Re.Re.Pre., con i redattori, ci prova da una vita, ma sono talmente variegate le tipologie di lavoro e le case editrici che non si è mai riusciti ad arrivare a tariffe uniformi. E poi da chi andresti per obbligare gli editori a rispettarle se l’AIE non ci vede un problema? Tornando ai traduttori, in Germania è stato appena fatto un accordo con tariffario tra i traduttori e l’associazione degli editori tedeschi e sotto quella cifra non si va. Quindi è logico che tutto diventa più umano e non un gioco al massacro, alla ricerca della tariffa più bassa. Adesso non so se dalla crisi potrà venire fuori qualcosa di buono. Ora che i titoli sono stati tagliati forse le case editrici si dedicheranno a meno uscite ma realizzandole meglio, spingendole di più, tenendole di più in libreria. Non so se è un’utopia. Logicamente in un periodo come questo si perdono molte delle persone che lavorano nel settore. Il numero dei colleghi, me compresa, che non hanno una programmazione nell’immediato piena, serrata, sono tantissimi e tutti bravi. Perché in questo momento di tagli, magari proprio quello più bravo e che chiede un po’ di più non è la prima scelta.

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