Il redattore e il codice: intervista a Maria Cecilia Averame di Quintadicopertina

Ho incontrato per la prima volta quelli di Quintadicopertina un paio d’anni fa, al Salone del Libro di Torino. Erano gli unici a presentare un’editoria digitale davvero diversa, con abbonamenti agli autori e un jukebooks di racconti.Quintadicopertina, nata nel 2010, ha continuato a presentarsi ai lettori innanzitutto come progetto integrato di comunicazione e luogo di sperimentazione per nuove forme di narrazione in ebook. Per questo, in un panorama editoriale che spesso si limita solo a presentare titoli convertiti in .epub e .mobi, ci sono sembrati i più adatti a parlarci di un’editoria digitale che non si limita ad aspettare il futuro ma che lo propone, e che non ha paura di convivere con l’editoria più tradizionale. A parlare con noi è Maria Cecilia Averame, laureata in Storia della Filosofia morale (e poi dicono che i laureati in Filosofia non combinano niente) ed esperta di promozione culturale e comunicazione sul web, questo è il suo blog.

Sono usciti i dati del Cepell, i dati Nielsen sulla lettura, e davano il digitale in controtendenza rispetto alla generale tendenza della diminuzione dei lettori. Cioè si legge di meno ma si legge un po’ più in digitale. Questo “un po’ più” però è sempre molto poco. Quindi le domande sono due. Perché fa così fatica in Italia a diffondersi la lettura digitale? E conseguentemente come è possibile far sopravvivere un’editoria digitale?

Perché fa così fatica? Queste sono mie opinioni personali, che non pretendono di essere realtà assoluta… perché si legge poco in generale; perché c’è una bassa competenza tecnologia e informatica; perché il digitale non ha preso piede nelle biblioteche, nelle scuole, negli enti pubblici che sono i luoghi che permettono di fare cultura; e perché il sistema normativo di vendita è farraginoso ed è un ostacolo, così come l’Iva al 22%. Diciamo che c’è un clima difficile in Italia, sia per l’abitudine alla lettura che per la tecnologia.

All’inizio, quando sono usciti i nuovi ereader, c’è stata una corsa a digitalizzare i cataloghi, a proporre nuovi titoli, sono nate anche tante case editrici di soli ebook. Adesso sembra che ci sia un po’ una controtendenza, si è visto che in realtà non si vende poi così tanto e si digitalizza anche meno…

Si è visto che non si vive di solo digitale, mentre prima c’è stato un boom di nascite di case editrici digitali adesso ne nascono di meno. Ci si rende conto che l’editoria digitale da sola non ce la può fare. Non so se c’è una minor digitalizzazione in generale, secondo me c’è una minor digitalizzazione dei cataloghi, però il numero di novità che escono solo in digitale sta aumentando e questo è comunque un buon segno. È possibile che da tentativi, da digitalizzazioni di prova, si stiano costruendo dei progetti che siano più strutturati, all’interno di un’analisi dei dati di questi ultimi quattro anni. Il fatto che escano più novità in digitale è un buon segno, più di un editore che si metta a digitalizzare un catalogo di quattromila testi.

Voi siete una casa editrice esclusivamente digitale. Sembra un controsenso rispetto a quello che dicevamo prima, che di solo digitale non si vive…

Io non credo che una casa editrice digitale possa reggersi solo sulle vendite degli ebook, come ho delle difficoltà a pensare, anche se non è il mio lavoro, che una casa editrice tradizionale possa reggersi solo ed esclusivamente sulle vendite dei libri. Nel senso che c’è un mercato che sta cambiando e ci sono degli scostamenti nelle abitudini di lettura, di supporti utilizzati ecc. Per cui io, più che a un ebook, guardo a un prodotto editoriale, che poi può prendere diverse forme. Una delle forme che prende è quella dell’ebook, ma si articola anche in altre maniere. L’ebook rappresenta la tessera di un mosaico, non penso che il mio lavoro editoriale si possa riassumere in “produttrice di ebook”, perché non basterebbe. Se invece immagino un progetto culturale che è presente sul territorio, sul web, attraverso la proposizione di video, eccetera è più possibile pensare a una sostenibilità come attività culturale. Noi non siamo produttori di ebook, siamo propositori di attività culturali. E su questo vogliamo vivere, certo.

Negli ebook si possono integrare cose diverse, rispetto alle pubblicazioni su carta, voi state sperimentando in questo senso: ricordo il progetto jukebooks…

Noi tendenzialmente non pubblichiamo ebook che potrebbero essere anche libri cartacei. Da quando siamo nati ci siamo lanciati come casa editrice che punta sul digitale per offrire un’esperienza di lettura completamente diversa da quella cartacea, per cui non ci sono nostri ebook che potrebbero essere stampati. Potrebbero essere riadattati all’interno di un altro progetto editoriale ma sono tutti nati per essere fruiti in digitale. Un esempio sono i testi di interactive fiction: c’è un testo che ha 5.500 pagine e 11.000 link all’interno che non sarebbe proprio ipotizzabile leggere su carta. C’è l’abbonamento all’autore, che è il progetto che si presenta in modo più tradizionale: i testi erano leggermente più brevi rispetto a un romanzo tradizionale e venivano inviati di anno in anno man mano che l’autore lavorava, per cui il lettore aveva una finestra sul lavoro dell’autore. Nel jukebooks erano presentati dei racconti che potevano essere letti anche in maniera tradizionale ma il lettore aveva la possibilità di selezionare i racconti e di creare un proprio ebook, su misura. Anche per quanto riguarda l’informazione sono tutti testi più o meno arricchiti, che non vuol dire resi multimediali, ma con alcune possibilità in più. Un esempio è L’altra faccia della Calabria. Viaggio nelle navi dei veleni di Sara Dellabella, che è un testo di narrative journalism, e nelle note sono inseriti i testi degli atti parlamentari degli ultimi vent’anni dove di parla delle navi citate. Questo è un arricchimento del testo che su carta sarebbe impossibile perché è venuto fuori un romanzo di un centinaio di pagine con due-trecento pagine di materiale integrativo che su carta non avrebbe avuto senso presentare, in questo senso con il digitale arricchisci il testo con cose che altrimenti non potresti offrire al lettore.

Adesso è tutto nuovo per chi fa digitale e tutte queste cose che si fanno sono sperimentazioni, invenzioni. Che tipo di risposta avete avuto su questi progetti? Concretamente… c’è qualcosa che è andato meglio, qualcosa che è andato peggio?

Quello che è andato peggio è stato il jukebooks, magari noi non abbiamo trovato la maniera migliore di comunicarlo. Ed è anche quello da cui, in un certo senso, ci aspettavamo di più. Su altri progetti eravamo dubbiosi anche noi, mentre credevamo nel jukebooks che invece ci ha un po’ bruciato… è andata bene invece la interactive fiction, le cosiddette polistorie… è un esempio di testo che ogni anno vende un po’ di più: le prime storie le abbiamo presentate nel 2010 e le vendite aumentano in modo costante, questo per noi è un buon segnale. Gli abbonamenti all’autore sono una cosa di cui si è parlato tantissimo. Per certi versi sono andati bene ma è stato difficile, dopo aver raggiunto una prima base di lettori, riuscire a costruire un interesse sempre maggiore, tant’è vero che quest’anno non li abbiamo riproposti. Va invece molto bene la parte relativa all’informazione, e vanno meglio i testi più brevi rispetto a quelli più lunghi.

Questo pensi che sia determinato anche dal supporto?

Sì, penso di sì. C’è un limite rispetto all’utilizzo del supporto. Ti facevo l’esempio di Viaggio nelle navi dei veleni, non è una questione di dimensione del file, però la storia principale deve essere breve, efficace e ben delineata. Dopodiché io posso aggiungere tutto il materiale che voglio. Quando invece la storia, narrazione o reportage, è troppo lunga allora vediamo che stenta un po’ di più.

Parlando di vendite… c’è l’idea che sia molto difficile calcolare il prezzo di un ebook… tant’è che si trovano ebook a prezzi minimi (0,99) e ebook a prezzi molto più alti (9,99) che è il prezzo di un tascabile. È difficile dare un prezzo a un prodotto che non è fisico, o almeno c’è questa sensazione nei lettori.

È vero che prezzare un ebook è difficile, è vero che la percezione che ha il lettore è quella di un prodotto che deve essere necessariamente molto più economico di un cartaceo, e questo “molto più economico” tendenzialmente non è quello che permette di sostenere le spese di produzione del libro, che non vuol dire che gli ebook devono essere messi in vendita a delle cifre stratosferiche. Noi abbiamo una marea di prezzi e tutti diversi, i tentativi vengono fatti cercando di trovare la fascia di prezzo più accettabile che ti consente di avere il maggior numero di vendite. Poi ti faccio un esempio, sugli 0,99 Amazon si trattiene il 70% adesso, mentre sopra 1,99 il 30%. Queste sono cose che si devono valutare: è vero che il testo a 0,99 viene venduto più facilmente, il ricavo che ne hai però è veramente minimo. Quindi gli elementi da valutare per stabilire un prezzo sono tanti. Io posso ipotizzare un prezzo che sia circa del 20% minore rispetto al testo cartaceo, secondo me quella è una fascia di prezzo accettabile per il lettore, anche se magari non sempre consente di rientrare nelle spese. Finché la base di lettori è questa e le vendite sono queste si va per sperimentazioni.

Voi avete scelto di portare avanti un’editoria esclusivamente digitale ma all’inizio si è parlato molto del rapporto tra digitale e cartaceo, anche con preoccupazione per la sopravvivenza dei libri. Secondo te come può delinearsi in futuro il rapporto tra editoria tradizionale e digitale?

Io immagino che ci sarà una convivenza con una limitazione dei titoli in cartaceo e un aumento dei titoli in digitale. C’è un legame, che si sta definendo sempre più forte, tra digitale e giornalismo: instant book, inchieste ecc, che stanno trovando una via d’uscita che prima non avevano, e questa è una caratteristica del digitale. Per il cartaceo posso immaginare anche una diminuzione delle tirature, una contrapposizione tra best seller e fascia intemedia di vendita, 7-10.000 copie, dove potrà capitare che all’autore non convenga più rivolgersi a un editore, con consueguente ridefinizione dei ruoli.

In questo senso sembra che il digitale abbia favorito il self-publishing…

Be’, c’è una bella differenza tra il self-publishing digitale e la vanity press cartacea. Nel senso che nel cartaceo l’autore chiede a un editore di essere pubblicato, anche pagando. Col digitale invece c’è davvero il superamento dell’editore. Lasciando perdere le questioni di merito… è giusto o sbagliato… è sicuramente un’opportunità che prima gli autori non avevano.

Quindi voi come scegliete i vostri autori?

Abbiamo una serie di progetti editoriali e tendenzialmente siamo noi a cercare degli autori i cui testi possano rientrare nel nostro progetto editoriale, quindi difficilmente scegliamo testi che ci vengono inviati in redazione. O ci arriva un testo avendo già conoscenza delle collane, del taglio e del progetto che c’è dietro oppure è molto difficile. Cerco di farti degli esempi… sulla narrativa, se uno mi manda un romanzo questo può essere anche un capolavoro ma non si integra con il lavoro che facciamo noi. Ci è capitato in tre o quattro casi di ricevere dei testi di persone che erano interessate al progetto editoriale e che sapevano cosa stavano facendo. Poi, rispetto ad altri editori, noi pubblichiamo pochissimi titoli l’anno. Facciamo più o meno quattro titoli d’informazione, che ci impegnano tantissimo, e quattro titoli di narrativa. Non credo nel discorso di dover pubblicare il più possibile per fare catalogo, nel senso che c’è chi potrebbe pubblicare più di noi e se il discorso è quello di mettere in distribuzione tanti titoli ci sono altri editori che possono farlo meglio. Io posso pubblicare pochi titoli e lavorarci tanto. Il lavoro è sul testo ma anche sul territorio… organizzazione di incontri, eventi, promozione dei progetti in rete. Per esempio abbiamo un testo sull’infanzia del quale i ragazzini possono finire di scrivere le storie, collegarsi online, caricarle e ricevere l’ebook con la parte dell’autore e la propria parte. Questo è un tipo di lavoro che può esserci intorno all’ebook, e per fare dei progetti del genere, di qualità, posso lavorare su pochi testi l’anno.

Parlando di DRM, c’è una paura forse legittima degli editori che è quella della pirateria. Del fatto che io editore trovo un autore, faccio un libro con un’edizione digitale e poi le mie vendite calano, perché questa edizione digitale viene duplicata, fatta girare… un po’ come è successo nel mercato della musica con gli mp3. Voi non usate DRM…

No, noi non li usiamo. Il problema della pirateria c’è, ed è una sorta di pirateria inconsapevole ovvero l’autore che dà la copia dell’ebook ai suoi amici, come faceva con il testo cartaceo, solo che del testo cartaceo più di x copie non ne poteva distribuire. C’è il caso di chi scarica un ebook, ne dà una copia al marito, come se dividessero lo stesso libro, che poi lo dà a un suo amico come se gli stesse prestando una copia di questo libro… e in realtà così le copie si duplicano. Questo tipo di pirateria inconsapevole è più impattante rispetto a chi vuole piratare e aggirare i DRM, che sono uno strumento di blocco solo per chi ha scarse competenze informatiche. Per affrontare la pirateria secondo me si devono studiare azioni differenti, come la formula dell’abbonamento. La possibilità di avere a disposizione aggiornamenti dei testi, così posso anche aumentare le vendite dal mio canale piuttosto che da altri canali. Cioè, se compri un testo dal mio sito nel momento in cui questo viene modificato o aggiornato tu hai sempre l’ultima versione aggiornata. Se lo pirati, no. Oppure offrire al lettore dei servizi aggiuntivi, come uno spazio web dedicato dove sia possibile integrare ebook, video e materiale web.

Che tipo di competenze si dovrebbe costruire un redattore digitale? Adesso si lavora molto con InDesign, voi come avete scelto di lavorare?

Noi facciamo solo testi digitali e quindi li facciamo in una certa maniera. Al cliente che fa fare a noi i suoi ebook diamo anche il codice, così se tra due anni vuole farci un’applicazione o altro ha già il lavoro fatto. Questo è molto importante per noi, può essere meno importante per un editore cartaceo che fa anche digitale, nel senso che in quel caso si deve trovare una metodologia di lavoro che permetta di produrre i file in formato differente, quindi va bene anche InDesign.
Secondo me un redattore deve essere in grado di aprire un codice e di controllarlo: nel momento in cui si crea un ebook con InDesign è possibile che ci sia qualche errore e quindi bisogna saperlo individuare e correggere. Un redattore oggi dovrebbe essere in grado di aprire un codice e modificarlo. Questo non significa che si debba essere degli esperti di informatica, ma senza dubbio significa avere un orientamento. Noi differenziamo la fase di redazione dalla fase di impaginazione con CSS: nel lavoro di redazione il redattore deve anche sapere inserire una serie di tag che permettano a chi digitalizza di lavorare più velocemente, senza dover esser lui a fare un certo tipo di scelte. Il redattore deve essere in grado quando vede un bold di dirmi se è una citazione o il titolo di un libro. Questo ci permette anche, finita la revisione di redazione, di estrapolare più facilmente bibliografie, indice dei nomi, degli articoli, perché il redattore ha già identificato tutte queste cose con dei tag. Questo è un lavoro che InDesign non ti fa, ma se vuoi fare una mappa interattiva e hai già messo dei tag per ogni singola città ci metti molto meno rispetto a dover partire da zero. Tutto questo solo per la fase di editing. Poi ci sono altre competenze specialistiche proprie di chi digitalizza… la gestione dei CSS, dei fogli di stile, ad esempio.

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