Di Vita e Alessandroni: l’editoria contemporanea vista da autore e libraio

Dopo aver recensito il libro "Pazzi scatenati. Usi e abusi dell’editoria" di Federico di Vita, pubblicato da Tic Edizioni, abbiamo deciso di porre alcune domande all’autore, che è stato libraio per un po’, e a Alessandro Alessandroni, uno degli editori, ma anche libraio, sulla situazione della piccola e media editoria in Italia. Ecco cosa ci hanno risposto.

Non tutti sanno cosa sia la legge Levi e come agisca. E’ riuscita a raggiungere il suo obiettivo?

Di Vita: La legge Levi aveva un obiettivo modesto e nella migliore delle ipotesi avrebbe potuto raggiungere risultati modesti. Se si fosse davvero voluto mettere tutti gli editori nelle condizioni di concorrere ad armi pari non si sarebbe imposto lo sconto massimo al 15% (con campagne che arrivano fino al 25) ma si sarebbe fissato – come negli altri Paesi europei dove vigono sistemi di garanzia concorrenziale analoghi – lo sconto massimo allo 0, al 3 o al 5%. Secondo molti la legge Levi è meglio di niente. Ma così serve solo a proteggere Mondadori da Amazon, non certo gli editori medio-piccoli dalle politiche monopolistiche delle major. Del resto estrapolare il solo effetto delle legge Levi dai dati complessivi del mercato librario è impossibile. Questo comunque ha fatto segnare nell’ultimo anno un bel -12%. Se pure la legge a livello di principio può non essere sbagliata, di certo errato è stato il momento in cui è stata introdotta: una norma che limita gli sconti in una fase di recessione sicuro non lancia un messaggio invitante. Poco importa che gli editori, consapevoli di non poter più fissare prezzi altissimi per poi far finta di scontarli del 40%, abbiano cominciato ad abbassare i prezzi di copertina e a proporre collane low-cost (uno dei risultati della Legge Levi è stato l’abbassamento medio del costo dei libri del 3-4% su tutti i titoli in commercio, prima veniva fortemente scontato solo qualche centinaio di libri all’anno e per tutti gli altri ci tenevamo un prezzo più alto), il messaggio medio però, dicevo, in questo momento credo che sia stato "non ci sono più gli sconti sui libri" – e non era il momento per un biglietto da visita del genere.
L’altro giorno parlavo con un piccolissimo editore che si lamentava di questa norma che gli impedisce di fare grossi sconti durante la fiera di Roma, il momento in cui a suo dire vende di più, ma a parte che secondo me in un contesto come Più Liberi più Liberi un piccolo editore fisiologicamente alcune libertà se le può prendere – a parte questo – se un microeditore si lamenta della legge perché non può fare il 50% a Plpl e quello è l’unico momento dell’anno in cui vende, allora be’, per i suoi problemi non darei colpa al signor Levi.

Alessandroni: La legge Levi è una legge sperimentale introdotta in Italia con lo scopo dichiarato di tutelare piccoli e medi editori e piccole e medie librerie dalla politica dello sconto messa in atto dai grandi gruppi editoriali. Come in altri paesi europei già era avvenuto, si è stabilito un tetto massimo per lo sconto che è effettuabile in una vendita al pubblico. Se le Feltrinelli lo stesso libro che vende una libreria medio piccola, lo vende al 20% in meno del prezzo di copertina, la libreria medio piccola, che questo sconto non può fare, è destinata a soccombere. E così i piccoli e medi editori che in quella realtà trovano la loro principale, e a volte unica, vetrina. L’aver stabilito un limite quindi, salvaguardia la pluralità delle idee, delle opinioni, di espressione. Vero? Vero, ma dipende da quant’è il limite... Negli altri paesi europei che hanno intrapreso questo percorso, il tetto massimo di sconto va dal 3% al 5% allo 0%. In Italia è il 15% con possibilità in certi periodi di diventare 25%. Un limite quindi ancora decisamente troppo alto perché possa effettivamente garantire una concorrenza ad armi pari... ma invece azzeccato per proteggere le grandi catene italiane e i gruppi editoriali da mostri ancora più grandi e feroci di loro, tipo Amazon.La legge Levi è riuscita a raggiungere il suo obiettivo? Quello dichiarato no, l’altro si...

Perché nei periodi di recessione, mentre le piccole imprese chiudono, le case editrici non sembrano subire la crisi?

Di Vita: Non mi pare proprio che non la subiscano. Recentemente è circolata la notizia che uno dei marchi più noti ha presentato domanda di concordato preventivo, parlo di Dalai, certo insieme ha messo su un interessante progetto di rilancio del marchio Baldini e Castoldi ma insomma, la crisi c’è anche nell’editoria. Quelle minuscole magari non chiudono perché non sono vere aziende, non producono utili, chi ci lavora lo fa per hobby o per altri balzani motivi.

Alessandroni: Non credo che le case editrici non sentano la crisi, la sentono eccome. Nascono come funghi, ma è facile aprire una casa editrice... Diciamo che sono delle imprese strane, che legano la loro sorte economica a fattori imprevedibili, come il successo o meno di un libro. Questo consente agli editori che indovinano i titoli giusti di poter andare anche in controtendenza rispetto ad un un periodo nero come l’attuale, ma sono eccezioni. E comunque c’è un ordine da rispettare: prima chiudono le librerie poi le case editrici...

Approssimativamente quante copie può vendere il titolo di punta di una media casa editrice come minimum fax? E quante quello di una casa editrice grande come, ad esempio, Einaudi?

Di Vita: Bisognerebbe chiedere a loro. Ma il libro di Camilleri e Lucarelli, che credo sia il best-seller di minimum fax, ha venduto nell’ordine delle centinaia di migliaia di copie. E immagino che le cifre dei migliori "scalatori" Einaudi siano le stesse, magari a Einaudicapitano più spesso (forse troppo spesso perché sia ancora possibile ritenere la qualità letteraria dei testi costantemente al centro delle scelte della casa di Torino).

Alessandroni: Difficile da dire. Un buon successo di una media casa editrice credo sia tra le 3000 e le 5000 copie. Un grande successo sopra le 50.000 copie. Un grande successo di einaudi dalle 100.000 copie in su...

In Italia esistono un numero sconfinato di editori, ma nelle librerie troviamo sempre i soliti 30/40 marchi editoriali. Perché?

Di Vita: Dipende dalle librerie. In quelle indipendenti – se gestite bene – libri di editori diversi puoi trovarli. E conviene anche a loro proporli, perché tanto il libro di Moccia lo trovi scontato alla Feltrinelli. Per quanto riguarda le librerie di catena questo succede perché sono parti di monopoli verticali, i grandi gruppi hanno tutto dalla casa editrice, alla distribuzione, ai punti vendita, ai canali di promozione. E naturalmente all’interno dei loro circuiti si garantiscono condizioni agevolate. Lo farei anche io se fossi miliardario, tanto in Italia l’antitrust non c’è o è come se. Comunque nelle grandi librerie di catena ci trovi una media di 40.000 titoli, e non bastano 30-40 editori per arrivare a queste cifre. Casomai c’è da chiedersi come sono esposti; tutto questo senza contare la trasformazione che queste librerie rischiano di subire. Feltrinelli ha lanciato un nuovo modello, RED, che alla libreria abbina, di fatto, una rosticceria e una salumeria. Normale che a quel punto i titoli da 40.000 diventano meno della metà.

Alessandroni: Molti editori sono a carattere regionale, molti non hanno una distribuzione o una promozione efficace. La distribuzione si prende una grande fetta del ricavato della vendita di un libro, senza neanche poter garantire un’adeguata diffusione all’editore, tanti piccoli vi rinunciano completamente. Escono circa 65 libri nuovi al giorno, molti non arriveranno nelle librerie. E poi dipende da in quale libreria si entra. Le piccole e medie librerie fanno proprio della proposta la loro forza, scegliendo altro rispetto al solito.

Cosa si intende con il termine bibliodiversità?

Di Vita: Che i libri sono diversi uno dall’altro. Gli editori più attenti al mercato di solito standardizzano i volumi o li impongono cercando di indovinare le tendenze del mercato,editori più piccoli – in alcuni casi – garantiscono una proposta libraria più variegata e genuinamente ruspante.

Alessandroni: E’ stata la parola meno brutta trovata per indicare quella ricchezza del panorama editoriale che si vuole preservare e esaltare, che sta nella sua varietà, nella sua non inscrivibilità in un senso che sia già dato. Si accettano termini più accattivanti, io voto per libroverso.

Le classifiche di vendita dei libri pubblicate sui quotidiani sono realmente rappresentative del mercato? Come vengono raccolti i dati?

Di Vita: I dati li fornisce settimanalmente l’Aie. Secondo me sono rappresentative del mercato da libreria monitorato dall’Aie, che non è il totale. Inoltre i libri non si vendono, come noto, solo in libreria. Però per quanto riguarda la vendita in libreria credo che le classifiche dell’Aie siano valide.

Alessandroni: Purtroppo si, del mercato e del paese. Come i dati vengano raccolti me lo sono chiesto più volte, senza mai andare in fondo alla mia curiosità. Nella migliore delle ipotesi sono ricavate dai dati delle vendite delle librerie collegate a database informatici con cui scambiano informazioni di vario tipo. Così sarebbero basate su un campione delle librerie, ma si tratterebbe comunque di vendite vere. Altrimenti potrebbero basarsi sui dati dei distributori e quindi sulle copie immesse nelle librerie, che potrebbero sempre tornare indietro e che non sono in realtà definitivamente vendute. Certo è che le classifiche: non sono tutte uguali, orientano le vendite, suscitano tremendo sconforto.

Nei prossimi anni ci sarà più bibliodiversità o le concentrazioni editoriali ricostruiranno l’habitat del libro a propria immagine?

Di Vita: Anche se il mercato dovesse crollare del tutto, un po’ come è successo alle librerie negli Stati Uniti, i libri troveranno certamente il modo di diffondersi, le parole non muoiono, si adattano all’ambiente. Di questo sono fiducioso.

Alessandroni: Stiamo attraversando un momento di grandi cambiamenti tecnologici e sociali. Non so se ci sarà più bibliodiversità di oggi, io mi auguro si alzi il livello delle proposte, non il numero, non tutto quello che è diverso è per forza valido e meritevole. Ma so che ci sarà la bibliodiversità se vivremo in un paese libero, e viceversa.

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