Di editoria e utilità sociale. Intervista a Emanuela Zandonai

Zandonai è una di quelle case editrici che una volta conosciute non si molla più, perché pubblica una narrativa inedita e porta in Italia degli immaginari che altrimenti rimarrebbero nell’oblio del non-tradotto o tra le vecchie edizioni di qualche bancarella. Una casa editrice delle terre di confine, dei Balcani e della Mitteleuropa, sempre vicino a noi eppure dimenticate dalla grande editoria che guarda soprattutto al mondo anglosassone. I libri Zandonai sono dei fuochi, come ricorda anche il nome di un paio di collane, punti di riferimento in altre letture e culture; li ho conosciuti qualche anno fa, a Più Libri Più Liberi, e da allora ho per loro uno spazio fisso in libreria (consigliati Zink di David Albahari e I ragazzi di Patrasso di Zoran Ferić, ma avrete l’imbarazzo della scelta). Ho contattato Emanuela Zandonaiperché non c’è persona più adatta con cui parlare di cosa significhi fare editoria di progetto e di ricerca. Questo è quello che ci siamo dette in uno dei caffè di Rovereto.

Zandonai è nata nel 2007, e già non era un momento del tutto roseo per l’editoria…

Diciamo che è stato l’ultimo anno prima dell’inizio della crisi dell’editoria. L’editoria non è mai stato un mondo ricco ma gli ultimi sette anni sono stati sicuramente quelli più pesanti.

E quindi perché fondare Zandonai?

Perché è proprio nei momenti più difficili che bisogna credere nelle proprie passioni, credere in se stessi e in quello che si fa. Io penso che se questa società si trova in queste condizioni è anche perché manca la cultura, o meglio non c’è più la cultura di una volta. Quindi noi, le piccole case editrici, gli editori indipendenti, ma anche i grandi editori, possiamo essere veramente un’ancora di salvezza. In questo ho sempre creduto e tuttora, anche se il momento è veramente duro, penso che quello dell’editore sia un lavoro veramente di utilità sociale. Io vengo da una storia in cui era inutile fermarsi…

E come sei arrivata a Zandonai?

In realtà sono passata dall’università a una piccola casa editrice qui in Trentino, per poi fare il salto e aprire una mia casa editrice. Quindi ho avuto un’esperienza molto breve che però mi ha permesso di conoscere le persone, il lavoro e tutto il mondo dell’editoria… la distribuzione, la redazione, l’ufficio stampa… e da lì ho iniziato.

Come dire… Zandonai pubblica un particolare tipo di letteratura, quella delle Mitteleuropa, che non è una narrativa commerciale. Come ci sei arrivata a questa letteratura? Era qualcosa che tu già conoscevi nelle lingue madri o in traduzione?

No, in realtà è stata una scoperta in fieri. È nato tutto dal concetto perno della casa editrice, che è l’idea di confineE di e sconfinamento. Per me questo era un concetto molto importante perché io nasco in una regione che per antonomasia è stata di confine, soprattutto nei conflitti, e da lì ho voluto portare nella casa editrice anche una sorta di mia identità, che è quella di una persona che vive in una terra di confine. All’inizio ho portato con me un autore che è molto importante per la casa editrice, Boris Pahor, e lui è un po’ il fulcro del nostro pensiero. Perché lui è triestino, quindi cittadino italiano ma di lingua e cultura slovena, vive a Trieste che è proprio la porta d’oro sui Balcani. E nel nostro entourage c’era questa persona di madre lingua serbo-croata che un po’ alla volta ci ha fatto scoprire degli autori strepitosi, una letteratura meravigliosa che ha degli immaginari sia poetici sia culturali diversi rispetto a quelli a cui siamo abituati. È una letteratura, una cultura di grandi contrasti: si passa dal grande pathos alla lacrima e poi alla risata, all’ironia che però lascia sempre un po’ di malinconia, di magone che ti rimane addosso. Io la definisco quasi agrodolce, nel senso che ha tutti questi contrasti che piacciono e che rimangono sempre a girare dentro di te. E questo lo si scopre nella letteratura, ma anche in tutti gli altri aspetti della loro cultura, pensiamo alla musica, al cinema, alla loro storia. Questo è stato il nostro unicum in Italia, mancava la pubblicazione della letteratura balcanica in una maniera così programmata, a livello di catalogo. Poi non dimentichiamo mai la Mitteleuropa, i grandi autori tedeschi, austriaci, qualche francese… ci siamo spinti a est, abbiamo toccato la Cecoslovacchia, abbiamo pubblicato due dei più grandi autori contemporanei ungheresi, Péter Nádas e László Krasznahorkai. Insomma, cerchiamo di esplorare tutti i confini e di sconfinare sempre in altri luoghi.

E adesso come ti arrivano questi libri?

Diciamo che ormai è una rete. Continuiamo a fare ricerca noi, ci arrivano dai vari traduttori, dalle agenzie letterarie, dalle case editrici straniere che detengono i diritti di questi autori. Alcune volte sono gli autori stessi che si propongono… e quindi è tutto un continuum. Però è molto bello, perché effettivamente siamo riusciti a diventare un punto di riferimento, soprattutto per la letteratura balcanica.

Tu hai detto che sono anni molto duri per l’editoria. In questi anni Zandonai come si è posta? Ci sono stati magari degli autori che siete riusciti a spingere di più? O dei libri che, al contrario, hanno fatto più fatica ad andare?

Mah, sicuramente la piccola editoria messa insieme è una grande potenza, però è sempre stata tenuta in disparte. La presenza in libreria non ha l’impatto di quella di un grande editore, per mille motivi commerciali. Da sempre noi abbiamo puntato sugli autori piuttosto che sui titoli. Questo significa dare una visione il più possibile a 360° di uno scrittore. Perché quando riesci a pubblicare quattro-cinque titoli dello stesso autore, circa uno l’anno, diventi un punto di riferimento e cerchi di far affezionare i lettori attraverso i protagonisti della casa editrice. In catalogo abbiamo scrittori già affermati nei loro Paesi o all’estero, che mancavano in Italia e che anche per questo hanno avuto successo. Penso a Boris Pahor, che per decenni non è stato pubblicato in Italia, negli ultimi dieci anni è stato tradotto e Zandonai ha in catalogo quattro suoi titoli, penso a David AlbahariDragan VelikićMiljenko Jergović. Cerchiamo di riuscire a fare il nostro catalogo attraverso gli autori e quindi verso il sentimento di amore che un lettore può avere per uno scrittore. Poi, dal punto di vista pubblicitario, commerciale, quello è tutto più difficile. Abbiamo usato i social network, siamo sempre presenti agli eventi più importanti, come il Salone del LibroPiù Libri Più Liberi… se le librerie non ci danno grande spazio cerchiamo di trovarcelo noi.

Ho visto che avete pubblicato anche qualche autore italiano…

Sì, da sempre un autore italiano l’anno lo pubblichiamo. Non siamo specializzati in questa letteratura, però ci piace ogni tanto avere questi autori che hanno un rapporto con noi, che ci hanno dato un qualcosa… quella qualità o quei soggetti che per noi valeva la pena inserire nel catalogo.

E c’è anche questa nuova collana, Zandonai Junior…

Certo! Zandonai Junior nasce da un progetto particolare che amo moltissimo, in cui cerchiamo di portare i paesaggi reali all’interno delle favole. Partiamo dalle favole di Esopo, riscritte con un linguaggio più contemporaneo ma mantenendo sempre la loro struttura, ambientate nelle nostre valli, qui in Trentino adesso. Quindi gli sfondi sono del tutto riconoscibili, mentre gli animali sono tutti modellati in 3D, non sono resi simili a “pupazzi”, mantengono proprio le fattezze degli animali veri e propri. Questo perché per noi era importante riuscire a far avvicinare i bambini anche agli animali: tantissimi bambini non li conoscono. Noi siamo fortunatissimi perché viviamo in mezzo alla natura ma molti bambini non possono godere di questa fortuna. Per ora siamo al terzo volume, ogni volume comprende due favole… ovviamente le favole di Esopo sono moltissime, quindi la serie sarà lunga.

Se guardiamo gli ultimi dati di vendita dell’editoria notiamo un calo generale, con una piccola crescita nel digitale, ma mi pare che la cosa più difficile sia coinvolgere i non-lettori dai trent’anni in su. A trent’anni se non sei un lettore non lo diventi…

Sì, è molto difficile…

E quindi conviene tentare di recuperare questi lettori o crearne di nuovi? Zandonai Junior si muove anche in questo senso?

È proprio questo l’esperimento che vogliamo fare con Esopo, anche perché verrà sviluppato in app per rendere l’animazione più reale. Inoltre le favole sono già interpretate dai doppiatori dei più grandi attori di Hollywood… quindi è progetto molto ampio, che punta anche a questi aspetti più digitali, quasi cinematografici. La nostra idea è quella di riuscire a invogliare i più giovani a incominciare a leggere. Anche per questo abbiamo scelto come autore Esopo, che è un autore da sempre centrale nella nostra letteratura. È importante andare a prenderli i lettori, puntare sui giovani, farli leggere. È ovvio che io sono sempre innamorata della carta, che penso non morirà mai, si penserà forse a ridurre le tirature… ma in realtà poco importa per me su quale supporto si legge, se i giovani si trovano meglio sui tablet non c’è problema. L’importante è che si avvicinino, e se noi riusciamo a buttare qua e là qualche seme allora avremo un maggiore successo in futuro. Certo questo è un lavoro che non possiamo fare da soli, ci devono essere la scuola, la società, la famiglia… sicuramente avere dei libri in casa è un segno molto importante. Però viviamo in un Paese, come dicevi prima, dove per lettore si intende chi legge almeno un libro l’anno, e quindi metà degli italiani non legge neanche un libro, e io conosco molte persone che dicono chiaramente che non leggono. Quindi siamo a livelli drammatici: questo porta a una sorta di analfabetismo, reale o di ritorno, che è altissimo.

Guardando il catalogo Zandonai mi pare che all’inizio si fosse puntato di più sulla digitalizzazione. Adesso vedo che le novità non escono anche in ebook…

Tra pochi mesi usciranno tutti, noi abbiamo avuto un ritardo per via dei diritti d’autore, pubblicando libri di autori stranieri, perché inizialmente nessuno sapeva cosa fare e come muoversi. Le case editrici estere e gli agenti hanno tenuto abbastanza in stand-by la cosa, e noi abbiamo aspettato di avere la maggioranza dei diritti per la conversione in ebook prima di procedere.

Poco tempo fa ho parlato con Cecilia Averame, di Quintadicopertina, e mi ha detto una cosa interessante che in buona parte condivido, ovvero che non è realistico adesso per una casa editrice, digitale o meno, sopravvivere solo della vendita dei libri, e che è importante creare un progetto culturale che vada al di là dei libri…

Sono assolutamente d’accordo…

Però in questo momento Zandonai non organizza altro. State pensando di ampliarvi anche come laboratorio culturale o di formazione?

Stiamo ragionando su tutti questi aspetti… non si può vivere solo di libri, sono d’accordo. Però bisogna fare le cose per bene… e quindi è importante pensarci, organizzarsi, per poi dare agli altri aspetti che potremmo creare la stessa qualità dei nostri libri.

Della crisi del libro si parla tanto, forse anche troppo. Concretamente, per il futuro della vostra casa editrice a che cosa state pensando?

Mah, sicuramente cercheremo di non essere solo una casa editrice di libri, cercheremo di ampliare anche i nostri orizzonti per arrivare più direttamente sia al libraio sia ai lettori. E poi anche creare un’altra linea di confini e di sconfinamenti. Ripeto, sono tutte cose che stiamo mettendo insieme un po’ alla volta perché ci vogliono i piedi di piombo per non sbagliare… in questo momento non si può sbagliare. Quindi spero di darti prossimamente notizie più sicure…

C’è qualche prossima uscita che possiamo anticipare?

Il libro più atteso, come abbiamo visto dalle mail che ci arrivano e da Facebook, è Guerra e guerra di László Krasznahorkai. È un libro strepitoso, forse il suo capolavoro, lui stesso ce lo ha raccontato durante un pranzo a Mantova e invece di mangiare il nostro cibo ci cibavamo delle sue parole. È un uomo affascinantissimo, un autore immenso… unico, ti entra dento, e sta lì a lavorare dentro di te. Questo è il libro più atteso per l’autunno.

Cosa vi raccontano i vostri lettori? Io sono arrivata per caso alla Zandonai, perché seguo dei percorsi geografici di lettura. Però viviamo in un Paese che predilige molto la narrativa di intrattenimento, di consumo, e io non sono contro questa narrativa, sia ben chiaro, anzi mi sembra molto snob pensare che si debba leggere solo certe cose…

Ce n’è anche di qualità…

Infatti, molta. E c’è anche il sano diritto di leggerla. Però in questo panorama da dove vengono fuori i lettori Zandonai? Chi sono? Cosa vi scrivono?

Noi riceviamo delle mail bellissime, e ci sono persone che ci vengono proprio a cercare in giro per le fiere, per conoscerci e ci dicono grazie. Ci ringraziano di aver fatto questa scelta di continuare a proporre questi titoli, di offrire dei libri di qualità, anche come oggetti, che sono curati nella forma come nel contenuto. Sono sicuramente lettori forti, sono lettori che, come dicevo all’inizio, si fidelizzano. Ho notato proprio questo, chi comincia a essere un nostro lettore diventa molto fedele. Non dico che prende tutti i nostri libri ma ha sempre una gran parte del catalogo a casa. Secondo me è proprio il vero lettore, il lettore forte, il lettore che ama anche un tipo di lettura che effettivamente non sempre è leggera, diciamo… che non sempre puoi leggere ovunque, effettivamente. Sono tutti lettori che vengono da dei percorsi molto lunghi, molto belli, molto ampi. C’è anche il lettore che ci scopre per caso, ma è una rarità. In genere arrivano a noi attraverso una ricerca, attraverso la volontà di scoprire una nuova cultura. Sono lettori di ricerca.

Come dicevi tu, la piccola editoria se messa insieme è una grande forza altrimenti si è tutti piccoli… e quindi perché non ci si mette insieme? Perché non si creano ancora delle forti reti di collaborazione?

Noi le stiamo creando già da un po’, da più di un anno, con ODEI, l’Osservatorio degli Editori Indipendenti, che è un’associazione in cui credo moltissimo e che effettivamente sta proprio facendo questo… adesso siamo più o meno settanta, e c’è proprio voglia di scambio, di capire, di comprendere… di creare nuovi rapporti, di soffermarsi su quelle che sono le tematiche vere, tutto quello che è più difficile affrontare in solitaria. E quindi sì… più che mai questa crisi ha portato proprio a questa necessità di unirsi. Come dire, non tutto il male viene per nuocere. Penso che solamente attraverso lo scambio e la rete possiamo uscire da questa crisi.

Per cambiare le abitudini di lettura secondo te qual è il punto sul quale si deve lavorare di più… la famiglia? Le librerie?

Io penso sempre che prima di tutto ci sia la famiglia. Crescere in una casa in cui vedi dei libri è già una cosa bellissima, perché diventano parte di te, non sono oggetti estranei e già questa è una cosa importantissima. La scuola ha purtroppo un peso enorme per quanto riguarda questa distanza tra le persone e la lettura. La lettura deve essere curiosità, libera scelta… ognuno deve leggere i propri libri, sbagliare e trovare la propria strada, il proprio libro… non deve fare le schede libro, i riassunti, le schede personaggi… queste sono tutte cose che ammazzano la lettura. E soprattutto la scuola deve riuscire a far incuriosire. Penso che i bambini e i ragazzi abbiano una curiosità innata altissima e bisogna cibarli anche di questo. La responsabilità più grossa io la do alla scuola, in questo momento, e si va di pari passo con la famiglia. Poi le librerie… le librerie indipendenti stanno facendo un ottimo lavoro, nelle catene invece tu entri e vedi la musica e vedi altre cose, che è bellissimo, però anche questo ti distrae molto da quello che dovrebbe essere un luogo magico, perché io ho sempre visto la libreria, soprattutto da bambina, come un luogo magico… sentivo i profumi della carta, della colla, dell’inchiostro, della voglia di scoprire, di vedere… io credo ancora in queste librerie qua.

L’ultima domanda. Anche in questa situazione c’è gente che lavora o che vuole lavorare nell’editoria. Che cosa gli consigliamo? Che cosa ci consigliamo?

Non lo so, è una grande responsabilità. Da una parte ben venga che sia così, devono esserci queste persone, perché se si ferma l’editoria si ferma il motore portante della cultura, della formazione delle persone… la capacità di scrivere, di inventare, di trovare la propria creatività vive soprattutto della lettura. Dall’altra è un mondo di precariato, in cui è difficile sopravvivere, adesso come adesso in particolar modo. Quindi bisognerebbe dire di mantenere questa passione, di tenerla sempre lì perché se qualcosa cambia siete pronti per entrarci. Io quando ho finito l’università e volevo assolutamente lavorare nell’editoria ho parlato con un direttore editoriale di Mondadori, e questo mi aveva detto «Scappa da qui, non andare nelle grosse case editrici. Non è più come una volta che le persone entravano e crescevano, adesso se uno entra come correttore di bozze resterà tutta la vita correttore di bozze. Cerca di crearti un qualcosa in una piccola casa editrice, e da lì passare al grande editore». Non stava denigrando le grandi case editrici, stava parlando del percorso di crescita che si può fare. Adesso è difficile anche per le piccole case editrici, che comunque hanno sempre mantenuto la voglia e l’impegno di fare ricerca e di fare la qualità, far entrare persone nuove e creare posti di lavoro. È un cane che si morde la coda. Secondo me portare questa passione in parallelo, in previsione di ulteriori sviluppi, forse è la cosa migliore. È difficile pensare, oggi come oggi, che il proprio lavoro possa essere nell’editoria. Odio dirlo ma al momento è più facile che sia un secondo lavoro. Però consiglio sempre di portarlo avanti in qualche modo, è un lavoro bellissimo il nostro.

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