Per passione e per denaro – quarta parte: le critiche

Nella quarta e penultima parte dello speciale dedicato al lavoro delle agenzie letterarie prendiamo in considerazione le critiche che vengono più comunemente rivolte all’agente.

Abbiamo visto fin qui quali funzioni svolga un agente letterario e l’importante ruolo che può ricoprire all’interno della filiera editoriale. Nonostante ciò, è una figura alla quale non sono state risparmiate critiche nel corso degli anni.
Quella probabilmente più diffusa mette sotto accusa la presunta tendenza degli agenti ad imporre grandi bestseller, di sicura vendibilità, tralasciando libri di maggior valore letterario e finendo così per abbassare il livello della produzione libraria.
In realtà esiste un filone di critica di senso contrario che porta gli agenti ad accusare gli editori di essere interessati unicamente alla pubblicazione di libri capaci di riscuotere molto successo, bloccando la strada ad opere di maggiore qualità, ma dagli incassi incerti. L’agente può solo proporre un libro piuttosto che un altro ad un editore, ma la scelta finale spetta a quest’ultimo e sua è la responsabilità della linea editoriale che decide di seguire.
Andrew Wylie, fondatore della Wylie Agency che conta due sedi a New York e Londra e il patrocinio di oltre 500 autori, ha dichiarato che scrittori, storici di qualità, sublimi poeti, buoni libri sono importanti perché educano, elevano le menti, hanno un peso. In più, sono anche un buon affare perché nel tempo vendono. «E più a lungo si vendono, più ampio è il loro mercato, minori sono i rischi che corre l’editore, maggiori i profitti, più alto il valore della proprietà per quanti sono coinvolti».
Riguardo all’accusa di fabbricare appositamente libri di scarsa qualità, ma dalle vendite sicure l’agente italiano più illustre, Erich Linder, sosteneva che è impossibile inventare il best-seller, perchè seppure di scarsa qualità si tratta sempre di un libro che trova una rispondenza nel pubblico. «Il libro ’cucinato’, il libro fatto su misura, si scopre sempre che è stato fatto da un sarto che non ha preso le misure del cliente» . Il fatto che l’autore possa essere condizionato dai gusti del pubblico non è, secondo Linder, sempre una cattiva idea e la prova è il successo che la letteratura italiana ha raccolto dagli anni Cinquanta alla fine degli anni Sessanta proprio perché si è occupata di un mondo fino a quel momento ignorato.
L’elemento economico non può essere eliminato dal panorama editoriale, poiché non si deve dimenticare che si tratta pur sempre di un’industria, seppure atipica. Sostiene Marco Vigevani che l’editoria non è mai stata “pura”, si è sempre trattato di un’attività anfibia tra cultura e denaro. E questo non può certo essere imputato al lavoro dell’agente letterario.
Secondo una riflessione di Spinazzola, il rapporto conflittuale che spesso si instaura tra l’autore e l’editore, il quale è accusato di pensare solo al lato economico della sua attività, non è di per se un fatto negativo. Infatti questa eterogeneità di posizioni andrebbe a vantaggio degli interessi di sviluppo della letterarietà. «Il difetto di imprenditorialità ha un’implicazione negativa anche sul piano culturale, non solo su quello economico: significa diminuire anziché rafforzare l’area della letteratura, quale che sia il settore di pubblico prescelto. E questo è sempre un danno, perché il divenire della civiltà libraria è connesso all’incremento del numero di coloro che, a qualsiasi titolo, vi affluiscano». Seppure l’autore possa prescindere, in nome della pura letterarietà, dalla redditività economica, aspirando piuttosto ad una gratificazione immateriale, ciò non toglie che anche le opere di maggior prestigio letterario si inseriscano all’interno di logiche commerciali: in quanto prodotto di stampa si proietta comunque in una dimensione di mercato, più o meno estesa o ristretta, elitaria o massificata .
Ecco, quindi, che in questa necessità di combinare e conciliare istanze di natura diversa, quella letteraria e quella imprenditoriale, si mette in luce l’importanza del ruolo dell’agente letterario come mediatore.

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