Chi ha paura dell’editing?

Il baubau sotto il letto, l’uomo nero nell’armadio, il lupo cattivo nel bosco e l’editor sul manoscritto.

Quella degli scrittori nei confronti dell’editor è una paura quasi ancestrale e spesso ingiustificata. A scatenare questa fobia è una pratica fondamentale dell’editoria: l’editing, ovvero la revisione formale e stilistica del testo che gli permetterà di diventare un libro adatto alle stampe.

Quando una casa editrice decide di pubblicare un testo, il 90% delle volte non intende pubblicarlo così com’è. Spesso decide di proporre all’autore l’affiancamento di un professionista che gli faccia da tutor e che possa aiutarlo a lavorare ulteriormente sulla sua opera per tirarne fuori il massimo delle potenzialità.

Se da un lato è comprensibile che uno scrittore alle prime armi possa fraintendere il ruolo di questo tutor e preoccuparsi all’idea che la casa editrice intenda modificare il suo lavoro, snaturarlo, d’altra parte va tenuto presente che un bravo tutor, ovvero un bravo editor, non snaturerà proprio nulla. Al contrario, permetterà al testo di crescere ed esprimere tutte le sue potenzialità.

Ma andiamo con ordine. Partiamo dal descrivere più accuratamente cosa si intende per editing.

Editing è un termine di origine anglosassone che originariamente faceva riferimento all’intero processo di revisione redazionale di un testo. Quello che si intende comunemente in Italia con editing è l’insieme delle diverse fasi di intervento sul manoscritto che riguardano sia la parte contenutistica che quella stilistica. Dalla trama all’analisi della voce dei personaggi, dalle scelte linguistiche al tono utilizzato nei dialoghi, dalla decisione di sviluppare meglio alcune parti o ridurne altre, editing è l’insieme delle modifiche che l’autore apporterà al testo, dietro consiglio dell’editor, cosicché possa essere pubblicato e diventare un libro a tutti gli effetti.

Tra le domande più comuni che un editor si porrà dopo la prima lettura del manoscritto, nel caso di un romanzo, ci saranno «la storia ha una sua coerenza interna, riuscirà a convincere il lettore?», «la struttura è solida, il lettore lo porterà a termine o se ne stancherà?», «l’incipit è abbastanza forte, catturerà l’attenzione del lettore?», «le voci dei personaggi sono credibili, il lettore si affezionerà?». Questo solo per citare alcuni dei più comuni dubbi che chi lavora nel mondo dell’editoria deve porsi nel cercare di definire in che modo un determinato testo possa essere in grado di affrontare il lettore.

Al di là della capacità o meno di mettersi in gioco, c’è da dire che quello tra scrittore e editor rimane un rapporto particolare, delicato. Tra i casi più famosi è possibile citare quello diDavid Foster Wallace che ha più volte pubblicamente ringraziato il proprio editor ,Michael Pietsch, o al contrario l’esempio di Raymond Carver che nutriva nei confronti diGordon Lish un rapporto di amore e odio.

È interessante notare che inserendo i nomi degli editor appena citati su Google non otterremo molti risultati. L’editor è quello che rimane nell’ombra. Il suo lavoro è quanto di meno riconosciuto possa esistere: al di fuori della ristretta cerchia di addetti ai lavori,pochi sanno che dietro un libro c’è un doppio lavoro. Qualcuno l’ha scritto, ma qualcun altro l’ha fatto vivere.

La recente pubblicazione di Max Perkins. L’editor dei geni (Elliot), biografia di uno dei più importanti editor del secolo scorso, rappresenta un’ottima opportunità per ragionare ancora, attraverso la figura di questo affascinante personaggio, sul complicato rapporto che spesso si instaura tra autore e editor.

Perkins fu per molto tempo il punto di riferimento di HemingwayFitzgerald e Thomas Wolfe, solo per citare alcuni dei nomi più famosi, e non si limitò ad aiutarli e incoraggiarli nella stesura delle loro opere, ma fu per loro anche un amico, un padre. Prestò soldi a Fitzgerald, ascoltò gli sfoghi di Wolfe e introdusse Hemingway nel modo dell’editoria.
Finché non morì solo e logorato dall’alcol, meravigliosa metafora di un mestiere che si fa solo per passione e non per denaro.

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