Perché non leggiamo più e… Centuria di Giorgio Manganelli

Negli ultimi 30 anni i linguaggi letterari sono stati marginalizzati. Si tratta di in un processo assolutamente logico se consideriamo che nella cultura occidentale degli ultimi tre secoli, la lettura si è configurata come un’attività prettamente individuale, mentre la nostra è diventata una società dialogica.
Due giorni fa, in metropolitana, ho osservato le persone all’interno del mio vagone: c’erano 15 persone, 8 donne, 7 uomini. Cosa facevano? In 6 fissavano il vuoto; in 5 ascoltavano musica; i restanti 4 erano impegnati nella lettura: un uomo sfogliava un giornale, mentre le 3 donne rimaste leggevano un libro. Dimenticavo un particolare: tutti possedevano un cellulare; tutti lo hanno consultato almeno una volta durante il tragitto, forse per chattare, controllare il meteo, consultare un app, giocare a candy crash eccetera. Insomma, in quel vagone, erano virtualmente presenti altre 150 persone (personalissima stima per difetto). Il quesito è allora spontaneo: quale competitività ha l’Inferno della Commedia nel nostro presente se anche Whatsapp ha l’innegabile pregio di suddividere la nostra rubrica telefonica in altrettanti moderni gironi danteschi? Come può Dante occupare parte del nostro tempo prezioso, quando la società impone una lettura costante del non letterario fatto di e-mail, reti sociali e informazione perpetua?

UNA QUESTIONE DI COMPLESSITA’

Il linguista Paolo Balboni alcuni anni fa ha scritto che «la vita dei secoli scorsi era semplice in quanto avveniva per lo più in un’unica area, dentro un’unica cultura, con un ventaglio di scelte molto limitato in campo musicale, artistico, letterario, scientifico, sessuale, professionale». Una persona comune del XIX secolo poteva ascoltare solo la musica che il teatro o il conservatorio le offrivano, e comunque era o musica sinfonica/cameristica/operistica, o silenzio. Oggi abbiamo un ventaglio di offerte che ci permettono di scegliere tra tutte le forme musicali di tutte le culture e di tutti i tempi, in tutti i formati di fruizione che desideriamo. Nella torre d’avorio dell’università, l’area umanistica era suddivisa in Lettere o Filosofia, Lingue Occidentali/Orientali. Oggi i campi del sapere sono molto più vasti, tant’è che Lettere e Lingue offrono una ventina di corsi.
Ma soprattutto, se fino al XX secolo si sceglieva (o si accettava) una professione che di norma si manteneva finché la morte non ci separava dall’esattoria, oggi cambiamo professione continuamente (volesse dio) vivendo una costante mobilità fatta di periodi di occupazione e di riqualificazione professionale, esistenziale. In poche parole, se nemmeno la lettura di Dante può dare risposte soddisfacenti in questa crescente complessità, come può farlo un monsieur Homais come Pigi Battista?

UNA QUESTIONE DI TEMPO

Se la complessità del mondo occidentale cresce costantemente, una giornata invece dura sempre 24 ore. Per questo è fondamentale ottimizzare il proprio tempo, giacché è letteralmente denaro: viaggiamo in metropolitana per questo motivo. In quest’ottica il tempo di fruizione è determinante per il successo o per il declino di un genere artistico. Abbiamo già detto poc’anzi dell’enorme potenziale della musica. Non è un caso che la canzone, durante il ‘900, si sia formalizzata nei classici 3 minuti (circa) radiofonici.
Anche il cinema sa essere dinamico in questo senso: persino una proiezione monstre dura al massimo 4 ore, per non parlare delle serie televisive (45 minuti circa), delle sit com (20) eccetera.
Il libro no, il libro dura; dura quanto vuole che duri il lettore: ricordo che per leggere iPromessi sposi impiegai 2 mesi; ero uno studente delle superiori. Oggi che sono adulto, potrei dedicare al buon Renzo solo gli scampoli di tempo: lo stesso libro verrebbe frammentato in un arco di anni, mortificando la coerenza testuale e la necessaria attenzione da dedicare ad un testo così complesso. È questo il folle paradosso della letteratura: non possiamo più dedicarci a testi complessi perché non abbiamo il tempo, e non possiamo ammettere la complessità senza una doverosa lunghezza, perché è libro«una pubblicazione stampata, non periodica, con più di 49 pagine» (Unesco, 19/11/1964, art 6 comma a). Sotto soglia 49 si parla più propriamente di brochure, libretto, menù, lista della spesa, Amaca di Michele Serra.

UNA QUESTIONE DI QUALITA’

Esiste un caso, pregiato e raro, di complessità letteraria legata all’estrema velocità. Si tratta di Centuria . Era il 1979 quando Rizzoli stampò appunto i cento piccoli romanzi fiume di Giorgio Manganelli. Fu il successo commerciale più importante dell’autore milanese, nonostante il racconto ai lettori italiani non piaccia proprio. Racconti appunto, cento di numero, della lunghezza di una pagina l’uno. A dare ascolto al “Manga” si tratterebbe invece di romanzi, poiché questo singolare zibaldone di micro-storie di genere fantastico/surreale/teologico, o semplicemente manganelliano, scardina in un sol colpo i recinti teorici su cosa sia il romanzo e cosa sia il racconto. Non ci si dovrebbe fidare troppo di un potente negromante come Manganelli, uno scrittore capace di affermare questo:«personalmente credo che le parole siano certamente un suono, ma non sono sicuro che abbiano un significato».
Laddove il nostro gusto privilegia l’azione e l’immediato, questo libro ha il suo centro nella parola, quella che sa incapsulare il mistero del creato. Considerate le caratteristiche strutturali, questo libro dovrebbe scalare le classifiche come e più di un Gramellini, eppure…

Questo video pone una domanda (ludicamente) provocatoria: se nemmeno un romanzo lungo una pagina, se nemmeno una Centuria sa essere competitiva nel contemporaneo, quale opera letteraria saprà esserlo?

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